L’odore giallo della senape

A volte il tormento dei ricordi è tangibile.

Letteralmente.

Posso, tastando nella nebbia confusa delle cose, toccare cosa ricordo.

Sento l’odore di quando da piccolo sbattevo la testa cadendo. Amaro e pungente. Ricordo quasi distintamente il sapore delle cadute. Tutte le volte che sono caduto. Cadevo spesso. E non ho mai smesso.

Il rumore dell’erba, affogata nella brina di un piccolo prato nelle montagne, sotto i piccoli passi della versione di me alta 50 cm si confonde con il gusto del grano nel quale mi nascondevo per le scampagnate del 25 aprile. L’odore di terra e la finta paura dell’essere scoperti. L’adrenalina che pompa il sangue a tutta potenza nelle vene, soprattutto quando scopri che è peggio di quello che pensavi, e adesso hai paura per davvero. Chiudo gli occhi e sono lì e la sento. La paura di essermi perso. La paura di non poter trovare la strada verso i limiti del campo di grano. La paura di tornare verso casa perchè in fondo il rumore dell’erba è un suono piacevole.

Mi pizzica la nuca quando faccio qualcosa di sbagliato. Un dolore alla schiena mi dice che non sto facendo la cosa giusta. I brividi di una mattina di tanti anni fa mi colgono di sorpresa oggi. Ero a Palermo. Avevo 18 anni. Ero fuori da un bar. Lo sono ancora se chiudo gli occhi. Ho il gusto del caffè tra le labbra. Prendo un pacchetto di Camel Blu da 10 che ho appena comprato. Fumo. Non devo fumare. Tutto è sbagliato. L’odore dello smog del centro di Palermo si confonde con il gusto del caffè e della sigaretta. Sono in via Cavour. Sono le 9. Sono qui per altro. Ho i brividi. Continue reading “L’odore giallo della senape”

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Giorno 1

Giorno 1

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Forse me la sono cercata. Senza forse. Me la sono cercata.

Oggi è il primo giorno. E forse non avrò la forza di affrontare quanto mi si para davanti.

Una volta qualcuno disse “Non si scala una montagna guardando la cima, si scala a testa bassa facendo attenzione a dove si mettono i piedi”.

Che citazione di merda. Le citazioni devono essere concise per essere efficaci. Riproviamoci.

“Se vuoi scalare la montagna guarda ai tuoi passi”.

“Ai tuoi passi” suona come “a quello che hai fatto fino ad ora”… forse è meglio dire “i tuoi passi”.

“Se vuoi scalare la montagna, guarda solo i tuoi passi”

No, fa schifo.

“Non si guarda mai l’orologio mentre si lavora, altrimenti il tempo non passa mai” diceva sempre mio nonno durante la vendemmia, forse questo è più conciso.

Mio nonno è sempre conciso. Che personaggio.

Comunque sia non lo so, davvero non ho idea di dove prenderò la forza per fare quello che mi sto costringendo a fare.

Costringendo non è una bella parola, ma è quella che è uscita.

Mi piacerebbe arrivare al giorno 50, e poi al 150 per vedere se sono ancora io. Se il me di quel giorno è ancora il me che conosco o se già è diventato il me che voglio essere.

Questa volta sarà facile, ho cominciato tante altre volte e non sono mai arrivato a conoscere il me del giorno 150.

Ovvero si, ma non era il me che pensavo avrei trovato.

Pensandoci bene anche oggi sono il me del giorno 150 di un altro me 150 giorni fa.

Sono come pensavo sarei stato?

150 giorni fa non era un giorno speciale come oggi però. Oggi è davvero il giorno 1. Da oggi ho deciso che guardo i piedi e non la cima.

Da oggi non guardo l’orologio se non ho finito di lavorare.

Solo quello mi ha fottuto in passato. La cima fa paura quando i tuoi piedi sono riposati in fondo alla valle e guardi in alto.

Quando cominci a lavorare e vuoi che le lancette corrano come il vento. E più guardi l’orologio e più lui rallenta impercettibilmente.

Oggi no.

Non ho orologi oggi. E la mia testa è incollata ai miei piedi.

Nessuno potrà fermarmi.

Giorno 6

Ci hanno provato a staccarmi la testa dai piedi. Non ha funzionato. E nessun orologio è entrato nel mio campo visivo.

Io sono un duro.

Non mi avrete mai.

 

Giorno 7

Non ho bisogno della pietà di chi mi vede qui a non guardare la cima. So esattamente dove sto andando.

Tengo duro.

Non mi avrete mai.

 

Giorno 18

Ho sbagliato. La cima mi ha distratto e ho dovuto guardare. Mancava troppo ancora.

Non ce la farò mai.

 

Giorno 378

Ho trovato questi appunti oggi. Sono passati 378 giorni dal giorno 1.

Non sono sulla vetta della montagna. Ho smesso di guardare i piedi e di non cercare di recuperare il tempo.

Volevo scrivermi.

Sei uguale a quello del giorno 1 in fondo. Sei tu ma non sei tu. Il segreto della felicità non è la montagna.

Ricordatelo sempre.

La felicità non è nemmeno il guardare i piedi e dimenticarsi del cammino.

La felicità è la sensazione che provi quando ogni giorno in più riesci a trovare il tempo e la gioia di progettare cosa farai e come sarai nel giorno 150.

La felicità può essere domani perchè in fondo oggi è, e sempre sarà, il giorno 1 di qualsiasi cosa tu voglia.

Lettera da un ex amante

Ciao, ti ricordi di me?

Come stai? Spero bene, io non me la passo male, solo un po’ quando penso ai meravigliosi momenti in cui stavamo piú spesso assieme.

Ricordi com’era bello? Anche se certe volte mi sono sentito usato, non propriamente coccolato e qualche volta anche trascurato.

Mi ero ripromesso di non scriverti mai piú, di lasciar perdere e soccombere all’oblio in cui mi hai lasciato, nel dimenticatoio, ma non ce la faccio. Voglio uscire e anche se é difficile voglio provare a riprenderti con me.

Per favore non stracciare questa lettera, so che hai avuto di meglio da fare, hai cercato in tutti i modi di sopprimere la voglia di parlarmi, di ricontattarmi… ti conosco… Immagino anche come sia diventato sempre piú difficile cercare di sopprimere inconsciamente quel desiderio di rimetterti in contatto con me. Anche io ho provato a dimenticarti, ho provato a prendermi una vacanza, ma non ci sono riuscito.

Ricordi quando mi dicevi che non mi avresti mai abbandonato? Quando mi dicevi che saresti sempre rimasto lo stesso, che avresti bilanciato la tua vita con la nostra relazione? Sapevo giá, mentre me lo promettevi, che non ci saresti mai riuscito, ma adoravo sentirti promettere per farmi stare meglio, mi facevi sentire bene e spero che la sensazione, allora, era reciproca.

Non voglio farti sentire in colpa per come é finita, forse solo un po’, spero solo che d’ora in poi riuscirai a parlarmi, dato che sono stato io a fare il primo passo verso la riconciliazione.

Ti voglio bene,

per sempre tuo

Lato Destro del tuo Cervello

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Ansia da precognizione

Assolutamente non so dirlo
Non lo so
Non ne ho idea
Non ne ho la più pallida idea
Non ne sono consapevole
Non riesco a capirlo
Non me ne capacito
Non comprendo come sia possibile

Scrivo sonetti a forma di M e penso al pulsante del videoregistratore, quello con le due freccette verso destra. Se lo spingi puoi sapere come va a finire.
Alcuni lo odiano, io no.
Le paranoie legate alla precognizione mi lasciano stordito. Non posso dire come sarà, ma lo sento.
Sento che se potessi premere il pulsante Fast Forward della mia vita vorrei subito tornare indietro al momento in cui sono adesso.
Le stelle mi guardano, io fisso il nero che le separa e mi godo la distanza siderale.
Guardo il mare che si infrange sulle rocce e vedo come le perturbazioni si divulgano.
Lancio i sassi nelle pozzanghere e la loro sommità rimane asciutta.
Guardo la gente che sorride e sono felice.
Scopro la felicità e odio la tristezza, scopro la tristezza che ti porta la felicità perchè non era come pensavi e odio la felicità e rivoglio la tristezza.
Ucciderei per avere un tasto che porti tutto indietro per rispamiarmi la felicità, poi la tristezza, poi la felicità e la tristezza. Penso alla funzione coseno, agli alti e bassi alla vita che cambia in fretta e ora voglio solo il tasto pausa.
Tremo di freddo ma non riesco a smettere. Voglio vivere in un sogno, un giorno lo farò, quando meno me lo aspetto sognerò per sempre, tornerò ad essere polvere e tutto sarà infinitamente inutile, come il brillare delle stelle a quelle distanze inimmaginabili.
Come il divulgarsi di una perturbazione ondosa che non riesce a bagnare la sommità di una pietra che è stata lanciata troppo poco lontano.
E tutto sarà finalmente finito, ma fino ad allora non voglio altro che vivere come se avessi il potere di rallentare il tempo e sorridere perchè qualcuno è felice quando sorrido.

Giorni

Giorno 1
L’altro ieri era pasqua, ieri ferragosto, oggi è già natale.
Passi gran parte del tempo a domandarti cosa ci sarà dopo. passi del tempo a chiederti cosa ci sarà per te domani.
Passi, fai grandi passi, uno dopo l’altro e ti accorgi che la prossima pasqua è già alle porte, così come il prossimo ferragosto. Scolpisci nella tua mente le facce, ti riempi la memoria di volti e di situazioni.
Mentre mangi un panino abbozzato con quello che ti rimane in frigo, ti ricordi di quello che volevi qualche anno fa. Ti ricordi di quello che volevi prima ancora. Ti ricordi che gran parte di quello che ti aspettavi fosse una vittoria è stata una semplice conquista.
Ti ricordi della prima volta che hai fatto sesso, l’adolescenza passata a cercare di infilarti dentro una donna e poi finire a chiedersi se era così importante, se era solo quello, se era tutto lì.
Ti ricordi di un traguardo raggiunto, ti ricordi che forse in ogni singolo traguardo raggiunto ti sei guardato dall’esterno, e hai sofferto più che gioire perchè non riuscivi a capacitarti che fosse tutto lì. Le aspettative ti fottono sempre e tutto questo è assolutamente privo di senso.

Valletta_Sunset,_Malta

Giorno 56
Poi ti torna in mente l’idea idiota che tutto è bello, che puoi essere chi vuoi, che hai la musica nelle orecchie e provi emozioni che segnalano che sei qui, un altro giorno ancora, tra una pasqua e l’altra e che se anche il tempo è sempre più veloce tu diventi sempre più consapevole della sua velocità. Ti accorgi anche che hai del tempo per perfezionare la tua tecnica di rallentamento del tempo stesso, riempiendo le aspettative di sorrisi, versando nel vuoto lasciato dalla delusione le nuove esperienze e condendo il tutto con una buona manciata di aspettative del tutto nuove.
E poi finalmente, ti accorgi che anche in un giorno grigio come oggi, una ragazza in fondo al bus, guarda lo schermo del telefono e sorride.

Vento

Mentre un tiepido vento mi accarezza la faccia cerco di inquadrare un punto non nitido situato proprio lungo l’orizzonte. Vedo anche il mare e ne sento il profumo.

Respiro profondamente e mi concentro sui miei pensieri. Questi non mi tradiscono mai. Girano sempre le stesse cose nella mia mente, fin da quando riesco a ricordarmi. Certe volte se ne affiancano delle altre, ma la maggior parte dei pensieri è sempre la stessa. La colonna sonora è cambiata durante gli anni, la sostanza no.

Penso alla cosa che di più mi affascina fin da quando ero piccolo, la meccanica delle coincidenze, la scienza della probabilità che dovrebbe regolarla ti lascia con un grosso senso di insoddisfazione.

Spero troppo spesso che le cose non accadano per un motivo ben preciso, più spesso di quanto dovrei sperarci. Mi aggrappo ad una maschera di spensieratezza anche se nel profondo spero che qualcosa di scritto ci sia già, così da non dovermi preoccupare di prendere la giusta decisione.

Smetto di guardare l’orizzonte lontano e lo restringo alle mie immediate vicinanze. Ricordo di essere seduto in riva al mare, su di una panchina situata proprio accanto al rumore della risacca, su un lungomare che non mi appartiene ma che vorrei mi potesse entrare dentro fino a farmi sentire a casa.

Mi giro a destra e a sinistra, sento parlare, sento ridere, vedo qualcuno che corre, qualcuno che passeggia. Non so quante di queste persone si chiedono le mie stesse cose, mi sento spiazzato dalla possibilità di essere l’unico nel raggio di chilometri a domandarsi se tutto ha un senso.

Vorrei poter fermare queste due ragazze che vengono verso di me e chiedergli perché si trovano sulla stessa strada ce ho scelto io, chiedergli se pensano che tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora ci ha portato qui per far in modo che il destino si compia. Ma loro passano avanti, continuano a parlare tra di loro e io rimango da solo con le mie domande.

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