Il comizio

La bottiglia di amaro era quasi finita accanto a lui. Aveva cominciato a bere un mezzo amaro con un cubetto di ghiaccio.

Presto,  era passato all’amaro liscio, senza ghiaccio. Quasi sembrava bevesse petrolio puro.

Infine aveva smesso i mezzi e cominciato i sani, e senza accorgersene la bottiglia era finita.

Continuava a guardare con gli occhi spalancati lo schermo del cellulare.
Buttò giù un altro bicchierino e ricominciò il video dall’inizio.
Era lì, online e per sempre, nessuno avrebbe potuto ritirarlo dalla circolazione.
Era il penultimo comizio della sua lista civica, una delle 4 che concorrevano alle elezioni comunali del suo piccolo comune in Sicilia.
Lui era il candidato sindaco più giovane tra gli altri. Di molto.

Il più vecchio, il sindaco uscente poteva essere suo padre, oppure un giovane nonno. Gli altri avevano in media 20 anni più di lui.
Continuava a pensare al comizio. Mentre, come il video gli ricordava, nei primi 5 minuti tutto era come doveva essere, dopo le parole “lascio quindi il palco ai miei candidati al consiglio…” si versò un’altra abbondante dose di amaro. Per poter sopportare il resto.
“Porca troia…sono terribili” si disse quasi sottovoce.
Poi aggiunse si chiese perché lo stesse facendo e si coprì la faccia con le mani, a nascondere una rabbia infernale.

Aveva passato l’ultima decade da emigrato, all’estero. Aveva vissuto e lavorato in Inghilterra. Messo da parte un gruzzoletto, sfidando quella terribile sensazione di vuoto cosmico che ti sovviene quando ti manca casa, quando ti rendi conto che nel terreno sotto i tuoi piedi non ci sono le tue radici, e che è tutto più difficile lontano dagli affetti, perché un volo Ryanair non può colmare il vuoto lasciato dalla mancanza del sorriso di tua nonna quando vai a trovarla la domenica mattina.

Negli ultimi 10 anni, la malinconia e la “saudade” aveva subito alti e bassi.

In certi momenti era soffocante e lo costringeva a letto, sotto il piumone spesso che si portava dietro dal primo anno all’estero. Che non aveva mai buttato o cambiato in quanto pezzo unico del primo “pacco sopravvivenza” pervenutogli dalla Sicilia. Sotto quel piumone era buio e niente e nessuno avrebbe potuto trovarlo, nemmeno la terribile sensazione di aver abbandonato tutti i suoi cari.

In altri momenti era lieve, come un piccolo rumore bianco di sottofondo, scompariva per giorni e poi si manifestava prepotente quando vedeva un triangolo disegnato da qualche parte. Vuoi un insegna, vuoi un logo di qualche business locale, se il triangolo era nelle giuste proporzioni e puntava verso sinistra, era la fine. Era un segno. Era la sua Sicilia.

Spesso pensava alla forma della Sicilia, la osservava su Google Maps per continuare a vedere lo spazio con prospettiva, e le distanze nella sua mente erano quelle a lui note. Quando leggeva 50 miles nella sua mente si traduceva in “su per giù dal paese a Palermo” e cose così.

Guardare la Sicilia dalla mappa era sempre fonte di ispirazione. Un giorno, quando la saudade aveva toccato un minimo storico, notò come la Sicilia fosse, in realtà, un’enorme freccia. Un’indicazione chiara ed evidente che punta verso fuori, verso l’oceano Atlantico.

La freccia della Sicilia è la direzione da seguire se si vuole vivere bene, fuori dal Mediterraneo, verso altre terre, verso nuovi orizzonti.

Quando la saudade toccava i massimi, invece, le cose si facevano dure.

L’anno corrente era stato duro. Aveva deciso di cambiare lavoro e non ne aveva trovato ancora uno che lo pagasse quanto desiderava. Aveva lasciato la casa, e non riusciva a trovare una degna sostituta.

E come per chiunque, nei momenti duri, le coincidenze sfavorevoli tendevano a fioccare, a raggrupparsi e reiterarsi.

Quindi sapeva per certo di non essere stato proprio lucidissimo, quando decise una volta per tutte di abbandonare la propria carriera, il frutto di anni di integrazione, e la terra che lo aveva adottato a braccia aperte, e di aver scelto di tornare nella terra che gli aveva dato le due cose che si portava sempre dietro. Agli antipodi per valore, la meno costosa delle quali era la rabbia di chi non può cambiare le cose, la più costosa la tristezza dello scoprire che forse non ci si voleva neanche provare a cambiarle.

Anni passati a tornare quattro volte l’anno, poi tre, poi due, poi solo a Natale, lo avevano forgiato nella convinzione che le cose erano impossibili da sistemare. Il marcio era talmente radicato e profondo che niente avrebbe potuto sistemarlo, quindi non bastava che biasimare e biasimarsi per l’andazzo e dimenticarsene.

Ora però, quasi per sfida personale, il dado era tratto, le elezioni erano imminenti, il comizio di chiusura stava per sancire il “cessate il fuoco”.

L’indomani sera sarebbe stata la notte della verità.

Questa sera, ormai, l’amaro era finito e rimaneva solo di andare a dormire.

§

Toccava a lui. Gli applausi scroscianti gli arrivavano ovattati nel suono dei battiti del suo cuore.

Doveva stare tranquillo.

Il tizio aveva appena detto il suo nome, era il suo momento.

Era stato istruito ad arte sui fatti e misfatti del sindaco uscente, non avendo vissuto in paese per anni e anni, non aveva mai avuto bisogno di sapere cosa stesse accadendo. Questi misfatti ora li aveva imbottiti di veleno, gonfiati di populismo, affilati con la sua ben nota retorica.

Era pronto.

Passo avanti. Gli applausi smisero. Silenzio.

Si schiarì la voce. Silenzio.

“Bravoooo!” urlò qualcuno.

Applausi.

“Buonasera miei cari concittadini…” cominciò lui secondo la sua scaletta mentale.

“Bravooooooo!” urlò qualcun’altro.

Applausi. Urla di gioia.

Il tempo si fermò.

Poi accelerò e si fermò di nuovo.

Erano passati 35 anni. Aveva perso le elezioni quell’anno.

Era rimasto in paese, aveva trovato un lavoro e una moglie locale.

Era andato a vivere nella casa che un tempo fu dei suoi. Prendeva il caffè al bar la mattina e leggeva le notizie sull’iPad.

Criticava i giovani senza valori per il resto della mattinata, prima di andarsi ad infilare al circolo, per ingannare la morte giocando a briscola fino ad ora di pranzo, poi di nuovo fino ad ora di cena.

Suo figlio lo chiamava ogni tanto nel pomeriggio, non aveva mai capito come funzionassero questi nuovi telefoni olografici, diavolerie, ai suoi tempi gli smartphone erano più che sufficienti per tenersi in contatto con la gente.

Era felice? Era mai stato felice? Cos’è essere felici?

Che se per caso essere felici fosse l’appartenenza ad un posto, ad un decennio, ad un gruppo di persone, forse non lo era mai stato.

Che differenza fa morire qui ora, dopo aver passato una vita nel posto dove si è nati, aspettando la stessa morte giocando a briscola o finire come quel tizio che vide decine di anni fa sul treno da Manchester?

Quel tizio ubriaco fradicio, settantenne, occhio di vetro, bottiglia di vino aperta e conservata sottosopra nello zaino.

Quel tizio che urlava cercando la rissa perchè il Liverpool aveva perso contro il suo Manchester City. Lo stesso tizio che aprì un pacco di salmone affumicato, freddo come la morte e crudo, preso dallo zaino e cominciò a mangiarlo, seduto al suo posto sul treno che sembrava andare lentissimo, mentre la bottiglia di vino scadente rilasciava il suo contenuto sullo zaino e poi sul pavimento.

Quello era stato il momento in cui aveva deciso di non volerci morire là, in Inghilterra.

In quel momento aveva deciso di morire giocando a briscola al circolo, sperando che le cose non cambiassero, in modo tale che avesse un motivo valido per lamentarsi al bar con gli amici. Continuando a fischiare alle belle ragazze, anche se ormai erano anni che non gli tirava più. Diventando il vecchio porco che ogni siciliano è destinato a diventare. Rispettando il corso evolutivo, che è passare dal debosciato ignorante al giovane adulto che si lamenta per la mancanza di lavoro incolpando la politica, al marito geloso e per finire a fare il vecchio maniaco che si lamenta del matrimonio e va al circolo.

Era di nuovo sul palco, al comizio di chiusura. I trentacinque anni erano passati solo nella sua testa.

Decise di cambiare il suo discorso, in corso d’opera.

Strappò gli appunti.

“Bravooooo!” urlò il primo qualcuno.

“Cari concittadini, non cambiate mai….” disse “… vi prego… Non cambiate mai!”.

E perse le elezioni.

 

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