Pugno in faccia

Continuava a fare finta di essere interessato, quando in realtà non vedeva l’ora di tornare nella stanza che avevano affittato, scolarsi 5 birre e guardare, ubriaco, un film stupido.

Però in fondo sapeva che qualcosa stava per succedere. Il suo acutissimo sesto senso per l’imprevedibile era sull’attenti.

Un buon 90% delle volte, però, aveva dovuto ammettere a se stesso che era tutto puro frutto della propria immaginazione. Immaginazione, che nel contesto in questione era un modo più elegante e meno patologico per non dire paranoia.

“…Io ne ho visti almeno tre…” disse uno “…Tu? Due?” disse l’altra. Sorrise al primo anche se non aveva assolutamente idea di cosa stessero parlando, quindi si girò a guardare le case che scorrevano alla sua sinistra, per evitare il contatto visivo, che avrebbe portato ad un eventuale trascinamento nella discussione.

Continuarono a camminare tutti e quattro. Mentre lui continuava ad ammirare il nulla sulla sinistra.

Scendendo questo piccolo viottolo asfaltato che conduceva al mare, venne colpito prepotentemente in pieno volto.

Non cadde a terra, rantolando dolorante nella rada sabbia che si era depositata dopo una lunga primavera ventosa, rimase in piedi a fissare l’origine di quel colpo.

Sul muretto del giardino esterno di una piccola casupola, che svettava alla destra nel viottolo che avevano imboccato, 50 metri più in su, c’era una ragazzina di 5-6 anni.

Indossava un paio di stivali da gomma gialli evidenziatore, un vestitino bianco candido tipo tutù, un paio di ali di plastica attaccate alla meno peggio e aveva dei lunghi capelli lisci e blu, che per buona parte le coprivano le piccole orecchie a sventola.

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Sorrideva mentre teneva in mano un arco di plastica dal quale era poc’anzi partita una freccia di plastica con la punta a ventosa, quella che lo aveva colpito in pieno volto con inaspettata furia.

“Ora sei innamorato” disse la bambina. “Lo ero già” rispose lui, massaggiandosi il naso. Sorrise.

La bambina lasciò cadere l’arco a terra e cominciò a ballare sulle note di una stupida canzoncina da bambini.

Lui continuò a camminare verso il mare e, questa volta, guardò a destra, attraverso il giardino e nella finestra del soggiorno della casa della bambina-cupido dai capelli blu.

C’era un uomo seduto che leggeva un libro, usando il braccio destro come reggi-testa. Sollevò lo sguardo dal libro e guardò fuori dalla finestra verso quella che forse era sua figlia, sorrise e ritornò alla sua lettura.

La strada ora si faceva più ripida e scendeva quasi perpendicolare alla spiaggia giù in fondo.

“Goditi l’infanzia…” qualcuno sussurrava tra i suoi ricordi “…tardi a venir non ti sia grave”. Ma lui sapeva già allora che non li avrebbe ascoltati, e avrebbe fatto la loro stessa fine.

Crescere, in fretta, lasciare il resto al se stesso del futuro, in quanto adulto avrebbe saputo cosa fare con le cose. Avrebbe saputo come riuscire a risolvere tutto. C’è sempre tempo.

“Da piccolo, pensavo,… ” sussurrò “che gli adulti avessero idea di quello che stessero facendo della loro vita. Ma forse mai nessuno ha mai saputo cosa fare della propria vita.” nessuno volle prendere quel discorso.

Forse perché non lo aveva detto abbastanza forte e chiaro. Oppure perché non ci credeva neanche troppo.

Ma non aveva importanza.

Ritorno ad ascoltare quei sussurri tra i ricordi e decifrò “Che precorre alla festa di tua vita…” era una poesia, di Leopardi.

Il profondo blu dell’oceano che ormai si poteva vedere alla fine del vialetto, era dello stesso colore del suo grembiule delle Elementari nei suoi ricordi, quei grembiuli nei quali recitava “Il sabato del villaggio” senza crederci veramente.

Lo stesso blu dei capelli di quella bambina che lo aveva colpito con la freccia pochi secondi prima.

Adesso aveva voglia di tingersi i capelli blu, indossare degli stivaletti di gomma gialli evidenziatore e sparare frecce d’amore alla gente che passava. Che in fondo era come rivolgersi a quel “Garzoncello scherzoso”.

Solo che il suo, di garzoncello era quella aspirante cupido.

Forse la freccia aveva fatto effetto. L’effetto di un pugno in pieno volto, di quelli che ti lasciano stupefatto. I pugni che non ti aspetti, anche se qualcuno ti continua a dire che arriverà un giorno.

E poi sei un adulto.

Il pugno arriva, sotto forma di freccia di gomma. Una che vorresti essere tu a scagliare alla gente che passa, mentre tu vuoi solo ballare cantando stupide canzoncine, sperando che le tue frecciatine facciano innamorare tutta quella gente stupida, che per dimenticare di essere adulta, va verso il mare, giù in fondo al vialetto dove si affaccia casa tua.

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