Il mio colloquio

Ho paura delle soglie. Ho paura anche degli ingressi e delle anticamere.

Per quanto possa amare l’attesa dello scoprire cosa c’è dietro la porta e le riflessioni che questa ti provoca, ho sempre un certo rifiuto iniziale a fare il primo sostanziale passo.

Busso una volta. Non risponde nessuno. Avvicino l’orecchio alla porta, c’è qualcuno che parla, a meno che non abbia un amico immaginario sta parlando al telefono.

Mi siedo nelle sedie disposte in fila accanto alla porta.

Il mio dannato ginocchio non la smette di ballonzolare. Lo abbraccio con la mano e si ferma. Comincia a ballonzolare l’altro. Comincio a guardare le mie dita, individuo il punto giusto e comincio a masticarmi via la punta dell’unghia del dito medio.

Sento sghignazzare attraverso la porta alle mie spalle.

Sono solo e nervosamente in attesa.

Faccio un bel respiro.

Osservo dalla finestra il parcheggio di fronte. Due uomini sulla cinquantina hanno un’animata discussione sul parcheggio che uno dei due ha appena rubato all’altro. Lo si capisce dai gesti, dal tono e dalle facce. La discussione si anima ancora di più quando uno dei due spintona l’altro.

Di soprassalto, vengo colto da un desiderio di giustizia. Mi alzo e vado alla finestra. Il tipo che è stato spintonato adesso sta spintonando a sua volta. Sento l’odore della rabbia, vedo incombere una rissa. Lo avverto come quando si sente che sta per arrivare un temporale, l’odore è più pungente però.

Non voglio vedere gente che lotta. Apro la finestra di colpo e con un balzo sono nel parcheggio. Mi avvicino di corsa ai due litiganti. Mi accorgo che sono il terzo, dovrei godere.

“Ehiiiiii smettetela…” dico a bassa voce toccandoli entrambi contemporaneamente sulle spalle.

“Sto pezzo di merda!” dice uno dei due

“Pezzo di merda tu!” dice l’altro

“Ma litigate per un parcheggio? Ce ne sono tanti altri qua intorno, state dando uno spettacolo orribile, ci sono pure bambini! Che cosa state insegnando loro? Che difendersi come cavernicoli è una scelta socialmente accettabile?”

“Ma perchè non ti fai i cazzi tuoi tu?” dice uno dei due

“Già, fatti i cazzi tuoi, coglione!” dice l’altro

Io sorrido. Fisso i loro occhi e ci vedo il tempo che è passato.

Penso che prima o poi accadrà anche a me. Prima o poi anche io diventerò quello che sto combattendo qua ed ora. Un giorno, non tanto lontano, i miei “devo fare qualcosa per migliorare il mondo” diventeranno “c’ho provato, ora deve farlo qualcun altro”.

I miei “le cose andranno meglio se ci impegneremo” diventeranno “ma fanculo, meglio accontentarsi”.

I miei “se do l’esempio gli altri capiranno” diventeranno “d’ora in poi mi comporterò come tutti gli altri”.

Un giorno, non troppo lontano, sostituirò gli atteggiamenti di sognatore speranzoso con quelli di un tizio appena sveglio e deluso.

Un giorno, comincerò a dire “tanto le cose vanno così”.

Un giorno dirò “meglio non andare controcorrente altrimenti si affoga”

Oggi no però, oggi non è il giorno in cui divento un adulto. Oggi sono ancora giovane, oggi non smetto di predicare quello che penso sia giusto. Oggi sorrido a due adulti che litigano per un parcheggio.

Il mio sorriso viene frainteso però. Gli adulti fraintendono sempre. Lo prendono come una sfida.

Si coalizzano.

Non è sempre vero che tra i due litiganti il terzo gode.

Ho un occhio nero e il naso insanguinato.

La rabbia provocata loro dalla delusione di essere cresciuti si è scaricata su di me, come un fulmine che colpisce un albero. L’albero è utile a riequilibrare la differenza di potenziale. Io sono stato utile a me stesso. Ho capito che smettere di sognare fa male.

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Avevo un colloquio di lavoro circa 10 minuti fa. Sono seduto ad un centinaio di metri da quella stanza, sull’asfalto del parcheggio. Sanguino dal naso e i due litiganti se ne sono andati. Leggermente meno frustrati, anche se non lo davano a vedere. Uno dei due ha lasciato la macchina nel parcheggio, l’altro è andato a cercarne un altro bestemmiando.

Io penso al mio colloquio e guardo in cielo. Vorrei mettere radici e diventare quell’albero, quello dei fulmini. Ma il cielo è limpido oggi. I fulmini si stanno caricando per la prossima apparizione, anche dentro di me.

Se avrò quel posto di lavoro, un giorno esploderò. Oggi il cielo è terso però, non c’è più aria di fulmini, oggi non voglio smettere di sognare riparandomi dietro ad una scrivania, fanculo al colloquio, penso. Non mi avrebbero preso comunque, figurati se entrassi ora con la faccia post scazzottata. Oggi non era proprio il giorno adatto per diventare un adulto, dopotutto.

 

 

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4 pensieri su “Il mio colloquio

    1. We XStorm, mi fa piacere che ti manco. Sto studiando duro perchè ho le ultime cose da sbrigare prima della laurea e quindi non ho potuto dedicare parecchio tempo ad altro, ma sono vivo, tranquillo 😉

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