La cassiera

BIP BIP BIP BIP BIP BIP…

Una serie infinita di estenuanti BIP continuava ormai da quando aveva girato l’angolo con le mani cariche di libagioni.

Come al solito aveva una mare di domande che gli frullavano nella testa, tra le tante la più prepotente risultò essere “perchè non ho preso un cestino all’inizio?”

Quel piccolo supermercato, cornice del quadro surrealista della sua realtà presente, gli aveva offerto più di quanto avesse bisogno in realtà.

L’importanza di fare una lista della spesa tornò tra i temi caldi del suo dibattito interiore.

La fila per l’unica cassa presente era composta da sei persone, tutte di diversa estrazione sociale.

C’era una professoressa in pensione, un muratore sudato, una casalinga zoppicante, un bambino pedante, un’anziana logorroica, lui e poi un tizio con un cappello. Lui si chiamava Giulio. Odiava il suo nome quasi quanto odiava fare le commissioni domestiche, tipo fare la spesa nei mini-super-iper-market.

La professoressa in pensione leggeva la confezione di pomodori pelati con solerte disgusto, tipico di chi ha corretto innumerevoli temi dalle regole di grammatica inesistenti. Forse stava correggendo anche la lista degli ingredienti, o i valori nutrizionali. Dalla faccia, contrita nello sforzo, si percepiva disgusto per l’uso orribile delle subordinate nella descrizione del prodotto. Le labbra si muovevano leggermente a mimare i suoni che avrebbe potuto emettere se le fosse stato chiesto di leggere quel componimento davanti ad un folto pubblico di auditorium.

cass

La cassiera sfoltiva la merce della professoressa sparando con il laser su ogni codice a barre. L’unica cosa che rimaneva era appunto quel barattolo metallico che la professoressa stava leggendo con estrema vena critica. Cadde il silenzio dei BIP, la professoressa in pensione alzò gli occhi e vide che la cassiera, senza alcuna espressione in volto, le porgeva i pollici opponibili della mano destra. Mimava di afferrare il barattolo.

“Oh, mi scusi! Ho sentito dire che molti li fanno in Cina, qua dice invece “prodotto italiano”, menomale va!”

La cassiera le strappò via il barattolo, continuando a non assumere alcuna espressione in viso, e lo abbattè con una laserata sul codice a barre, il BIP sembrò un BANG tanta era la violenza di quel gesto.

“Sessantacinque e venticinque” disse.

La professoressa in pensione tentò di pagare con un centone, no aspetti ho 50, e 10 sessanta, vediamo se ho cinque spicci, no, anzi si, no, meglio che scambia i cento, e andò via salutando.

 

Il muratore sudato aveva in mano un panino imbottito della lunghezza di minimo 30 centimetri. Nella carta marrone-liquame-fognario erano presenti diversi tatuaggi che inscurivano la carta in corrispondenza del taglio centrale del panino stesso. Questo, per un esperto investigatore, significava che il panino era imbottito con salame ungherese o mortadella.

La cassiera lo guardò fisso aspettando istruzioni.

Il muratore disse “emh questo panino”.

Lei glielo strappò, ma non provò a sparargli con la pistola. Srotolò l’incarto e vide il contenuto.

“Prosciutto e provola” disse mentre imprimeva “2,30€” a caldo sul pezzo di carta fiscale che avrebbe sputato fuori la macchinetta piena di pulsanti di fronte a lei. Il muratore pagò con una quantità assurda di monetine da 10 centesimi ed uscì facendo un cenno con la mano.

 

La casalinga zoppicante zoppicò fino alla cassa brandendo un fustino di detersivo. La cassiera non la guardò, battè 4,65€, la casalinga pagò ed uscì senza salutare.

 

Il bambino pedante aveva in mano un ovetto con la sorpresa che ormai gli si era vulcanizzato al palmo della mano. Dondolava cantando canzonette fastidiose e toccava tutto quello che poteva toccare. Passò una mano sull’ordinatissimo espositore di chewingum e ne aumentò l’entropia. Danzava come se ci fosse musica e batteva le mani a ritmo su tutte le superfici che gli permettevano di emettere rumori fastidiosi. La cassiera disse “uneuro” il bambino canticchiando estrasse una monetina bisunta dai pantaloncini verdi e la schiaffò sul vetro proteggi-laser. Andò via senza salutare.

 

Durante queste quattro performance, la vecchietta logorroica, aveva provato ad attaccare bottone con Giulio, che in fondo alla fila aveva occhi solo per la cassiera.

Dapprima aveva provato emettendo dei “mah”, “eh si”, “effù”, “embè”, “bidè”, quasi sottovoce. Questa tecnica non aveva avuto i risultati sperati però.

Aveva quindi cominciato a sorridere fissandolo, ma Giulio era preso dalla cassiera.

Poi lo toccò sulla spalla. Giulio la guardò e disse “prego?”.

La vecchietta disse “no, dicevo… mah, queste file, con questo caldo, non ci sono più le mezze stagioni, prima faceva caldo e ora freddo, che tempo è? Prima non era così. Il governo Monti ci ha tartassato e ora questi si mettono assieme, destra sinistra non si capisce più niente. È tutto un puttanaio, ai miei tempi le ragazze prima di dartela ti facevano sudare, matrimonio e poi forse magari ci usciva na cosetta co a mano. I prezzi che sono aumentati? L’euro ci ha distrutto! Le tasse! Ci hanno tagliato l’acqua, la luce la pago sempre in ritardo. Mio marito e io campiamo con una pensione sola. Se cucini il pesce o i funghi mettici l’aglio e non la cipolla. Un bicchiere di vino rosso a tavola la sera fa bene. Mio figlio è sposato e vive al nord…” o qualcosa del genere. Giulio sorrise e rispose come è buon costume “è proprio vero signora”.

La vecchietta era soddisfatta di aver dialogato in maniera così costruttiva con un giovinotto e adesso toccava a lei. Pagò qualcosa come 11,54€ alla cassiera priva di espressione e di vitalità, salutò Giulio con fare quasi flirtante e uscì mostrando a tutti una dentiera sorridente.

 

Giulio aveva osservato la cassiera tutto il tempo. Pensò all’alienazione descritta da Marx, riguardante appunto i lavori ripetitivi. Ma qui c’era di più sotto.

La cassiera non aveva espresso non dico un opinione, ma nemmeno una qualche emozione a caso tra le tante che un essere umano può provare.

Era qualcosa di troppo strano e Giulio aveva deciso di prendere il caso.

Le ipotesi che aveva dedotto dall’analisi forense dell’ambiente e della persona “cassiera” in sé, mentre la vecchina delirava sul governo ladro, erano le seguenti:

1. La cassiera è un robot

2. La cassiera è un replicante alla Blade Runner

3. La cassiera non esiste, alla Matrix

4. Non esiste alcuna cassiera, alla Fight Club

5. La cassiera ha i coglioni girati (questo portava anche ad ipotizzare che fosse un uomo, quindi un transessuale)

6. La cassiera ha avuto una giornata nera

7. La cassiera è stata rapita dagli alieni, seviziata e questo è quello che ne rimane.

8. La cassiera è strafatta di qualche nuova droga sintetica

9. La cassiera è strafatta di un miscuglio di odori-sostanzechimiche solitamente presenti nei supermercati.

10. La cassiera ha un superpotere, quello di non provare emozioni.

 

Tra tutte le ipotesi strampalate, quest’ultima era la più interessante. Se davvero esistesse una persona che non può provare emozioni, sarebbe un ottimo caso di studio. Equipe di neurobiologi, sociologi, chimici, teologi, scientology, l’avrebbero voluta tenere sott’occhio per scoprire la fonte del suo segreto. Avrebbero isolato il gene che le conferisce questa caratteristica e ne avrebbero sintetizzato qualche psicofarmaco.

La cassiera, adesso, era proprio a qualche decina di centimetri da lui, brandiva il pollice opponibile come arma perchè voleva aiutarlo a posare qualcuna delle cose che Giulio aveva abbracciato per tutto il tempo della fila.

Giulio era spaventato e vedeva quel gesto al rallentatore. Vedersi puntare una mano che mima una strizzata all’altezza del cuore gli ricordò una scena di “Indiana Jones e il tempio Maledetto”.

Urlò “Non avrai mai il mio cuoreeeeeeeeeeeeeeeeeee!”

Il tempo si fermò e la cassiera abbassò il braccio.

“Scusami” disse Giulio

“BIPBIPBIPBIPBIPBIPBIP” disse il registratore di cassa che aveva fatto fuori tutta la sua spesa.

“26,23€” diceva lo scontrino che la cassiera le aveva passato.

Giulio le domandò “Perchè non provi emozioni?”

Lei rispose “Perchè ho una vita felice”

Giulio si accigliò e la cassiera si spiegò meglio “Ho ereditato questo negozio a 17 anni, mi sono sposata a 20, ho tre figli, un marito che lavora fuori paese e viaggia dalla mattina alla sera. Passo le mie giornate a gestire fornitori e a scambiare pezzi di carta e di metallo con roba da mangiare. Per i primi anni ho pensato di poter essere felice. Avere un lavoro, una famiglia e una casa. Poi ho cominciato a capire che odio tutto questo. La soddisfazione di aver ottenuto quello che la maggior parte della gente vuole e l’odio verso il fatto che forse io non volevo tutto questo e forse l’ho ottenuto troppo presto, questi due sentimenti, si sono scontrati nel mio cervello. Tramite una reazione a catena mi hanno fatto esplodere la parte del cervello che mi provocava le emozioni.

Adesso, l’unica cosa che so fare è sparare cifre a caso, metterci appresso il simbolo € e fare le sottrazioni con i numeri a virgola mobile con due decimali significativi più veloce di un calcolatore elettronico di ultima generazione.

Provaci tu ad avere emozioni.”

Giulio, che in realtà non le aveva chiesto niente, e nemmeno aveva urlato la storia del cuore, raccolse la sua spesa in una borsa di plastica con inciso il cognome della cassiera. Salutò con un politicamente corretto “Salve” e scrutò il tizio con il cappello che era stato in fila dietro di lui. Non lo conosceva e non aveva tempo per descriverlo o fantasticare sulla sua provenienza.

Aveva una vita da vivere, delle cose da ottenere presto o tardi. Forse meglio un po’ più tardi. Sperando di non arrivare mai a smettere di provare emozioni una volta che si è arrivati ad ottenere quello che forse si voleva.

Un’altra emozione gli stava nascendo dentro. Rabbia gli pompava nelle vene. Quest’esplosione si manifestò a circa 400 metri dal negozio, sotto forma verbale.

“Porca merda, il caffè cazzo!”

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