Il Cortile

Mentre una colata di caffè bollente mi ferisce l’esofago, mi accorgo di essere di nuovo in una posizione a me familiare.

Mentre cullo del tabacco secco in una pellicola di cellulosa, mi ritrovo alla mia finestra.

Gomiti puntellati sul gelido marmo dove non batte il sole e sguardo perso nel piccolo squarcio di mondo che mi si apre davanti agli occhi. Vedo un cortile, un cortile familiare. Spengo la vista per qualche minuto e lascio che il propagarsi delle onde sonore violenti i miei timpani.

Sento un accento cadenzato e familiare. Sento un’ambulanza. Sento il fastidiosissimo suono stridulo dei freni di un autobus di linea. Sento le voci dei bambini che frequentano la scuola sotto casa mia. Penso “cazzo! Ma è luglio cosa ci fanno i bambini ancora a scuola?”

Vengo assalito da una terribile sensazione, quella che si prova nei sogni quando ti accorgi di aver sforato nel surreale. Se stessi in realtà dormendo? Se i bambini fossero lì perché li sto immaginando? Se fosse ancora Aprile? Se fossi, addirittura, ancora io stesso un bambino?

Quest’ultima ipotesi mi alletta. Osservo il cortile che mi circonda e comincio a vederlo crollare.

Nei muri che lo circondano ci vedo la scuola prima e poi l’università, che mi hanno permesso di assaggiare solo un pezzo di mondo, quello dentro al cortile che hanno creato per anni intorno a me.

Sono state un recinto di salvezza e un porto pacifico. Mi hanno più volte permesso di essere una persona interessante. Una persona che studia, una persona che vuole fare qualcosa nella vita.

Adesso sono qua. Esofago macchiato. Immerso in una nuvola di tabacco secco bruciato, con il cellulare in mano. Sullo schermo nero vedo riflessa la mia faccia mattutina. Sblocco e leggo una comunicazione. Ho passato un’altra materia. Guardo l’orizzonte. Ora che l’università sta quasi per finire e con lei il mio lungo percorso di istruzione, ho paura del mondo fuori dal cortile. L’attrazione che provavo per la libertà si sgretola.

Capisco cosa ha provato mio nonno quando gli hanno detto che non avrebbe più potuto lavorare, dopo una vita che lo ha fatto quotidianamente. Vengo assalito da un’inquietudine disarmante. Ho paura di non poter più rispondere in maniera interessante alla domanda “cosa fai nella vita?”. Vorrei rifare tutto da capo. Ritornare alle scuole materne e rivivere ogni giorno da capo.

Capisco il fanciullino di Pascoli, capisco d’un tratto perché tutti mi dicevano di godermi l’adolescenza e mi vergogno di essere diventato un tizio semi-adulto che rimpiange di non averlo fatto abbastanza.

Capisco che è tutta colpa della posizione a me familiare, tolgo i gomiti dal marmo e mi metto in piedi composto. Posso osservare meglio che il cortile non è stato mai un recinto. Vi sono diversi posti dove si può uscire e da dove si può rientrare.

Capisco che i bambini che urlano fuori dalla finestra non sono della scuola ma di una colonia estiva.

Ricordo com’era l’estate quando ero io in età da colonia estiva.

Penso che un giorno un piccolo Vincenzo potrebbe andarci se ce lo accompagnassi. Gli vorrei tanto bene ad un mio piccolo Vincenzo mentre si allontana da me per andare con gli altri bambini.

Capisco che le avventure non sono finite, che c’è tanto altro da fare.

Il cortile è circondato da un altro cortile, basta solo esplorarlo per delinearne i confini e trovare una posizione familiare per osservare cosa c’è fuori sentendosi però, allo stesso tempo, comodi e protetti da una recinzione che non esiste.

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