Fabbrizio e i viaggi nel tempo

Tanto tempo fa, sopra un sasso orbitante intorno ad un ammasso di idrogeno in continua collisione producente elio ed energia, viveva un individuo di nome Fabbrizio.

No, non è un errore di battitura mio, si chiamava davvero Fabbrizio con due B.

Fabbrizio con due B si chiamava così per un piccolo errore anagrafico e, anche se gli era stato sempre proposto di ovviare, lui rifiutava sempre con un educato e prolisso “macchemminchiamenefotteammè” con tanto di accento sulla E finale.

A Fabbrizio di certo non importava di certo del correggere gli errori anagrafici, lui era venuto al mondo per un altro scopo. Uno scopo più grande e più importante. Era sempre stato un tipetto strano, fin da piccoletto, quando i suoi lo trovavano spesso coinvolto in atti vandalici ai danni dei suoi giocattoli. Smontava il mondo Fabbrizio, voleva vedere cosa c’era dentro le cose e capire come funzionassero. Voleva questo più di ogni altra cosa al mondo.

Peggiorò con gli anni, poveraccio, cominciò ad appassionarsi alla matematica e alla fisica. Cominciò a studiare la meccanica, la statica, l’elettromagnetismo e la fisica quantistica. Studiò l’elettronica, l’informatica e la teoria delle telecomunicazioni, che presentò come tesina al suo esame di quinta elementare.

Sconvolse le maestre con le sue innovative teorie su come Dio fosse solo un segnale aleatorio, campionato erroneamente da un ricevitore difettoso.

Amava anche le altre materie, ma più di ogni altra cosa amava smontarle, dissezionarle, fare riferimenti e collegamenti ad argomenti che nessuno avrebbe mai collegato tra di loro.

Collegò il moto smorzato esponenzialmente di due ragazze con i tacchi che si incontrano e si salutano alle equazioni che descrivono l’effetto fionda dato dall’orbita di Giove.

Collegò la disfatta di Waterloo del Napoleone alla definizione di uno spazio multidimensionale per giustificare l’esistenza delle stringhe e distruggere ogni teoria residua sulla meccanica quantistica.

 

All’università scelse fisica teorica e, poco prima di impazzire definitivamente, ebbe l’incontro che gli cambiò la vita.

Era il primo giorno dell’anno zero, data che ricorderà per sempre come “ultimo giorno della vecchia era”. Camminava con fare distratto, fare che solitamente era il suo, contemplando la coesione molecolare del plasma spaziale allo stato naturale, leggendo le equazioni che ne governano i moti tra le nuvole. Quando ad un tratto, proprio allo scoccare dell’anno zero/giorno zero, sentì una frase ferirgli il cervello, come una freccia infuocata con moto paraboloide, escludendo la forza dell’attrito viscoso dell’aria e convenzionalmente lanciata nel vuoto.

“La matematica e la scienza rendono ciechi, amico mio, girano per il mondo non sapendo cosa c’è davvero sotto, non riuscendo a spingersi oltre la mera descrizione numerica fenomenologica delle cose…”

Ferito nei sentimenti e nell’orgoglio, Fabbrizio girò la testa individuando l’emettitore di ‘sì fastidiose onde sonore interpretate nell’idioma italico dal suo cervello come un affronto grave a tutto quello in cui lui credeva. Ruotò il suo corpo in direzione della fonte di onde e questi interruppe la trasmissione.

Erano due ragazzi, ma la fonte della freccia era uno solo dei due.

Era un pallido occhialuto barbuto e griffato. Aveva una grossa sciarpa anche se sotto era a maniche corte, una catenella che partiva dalla cintura e si infilava nella tasca del giacchino. Aveva capelli lunghi attaccati in una coda e occhiaie tipiche di chi fa abuso della nobile arte della masturbazione o della nobile arte del fumare marijuana.

Sorrideva a Fabbrizio “Si?”

Fabbrizio, visibilmente alterato gli chiese “Perchè dici che la matematica e la scienza rendono ciechi? Non credo sia vero e ho miliardi di modi per dimostrartelo”

Il tizio rimase a bocca aperta, additò la lente destra con i pollici opponibili e la fece scivolare sul piano inclinato del suo naso, qui non si poteva trascurare l’attrito, altrimenti, l’occhiale sarebbe scivolato via con modo uniformemente accelerato, fino a raggiungere la velocità della luce e a cominciare a trasformare l’energia in massa, questo sempre e solo se convenzionalmente ci trovassimo nel vuoto.

“Dimostrarmi cosa? Che non hai i paraocchi?”

Fabbrizio rabbrividì e rispose “Si, su qualsiasi cosa è possibile trovare una legge fisica che la regola e la spiega. Si può sempre modellare un esperimento che la ricrea, anche solo a livello teorico e tutto, prima o poi verrà tabulato e spiegato, è solo questione di tempo”

Il tizio fece tornare gli occhiali alla posizione di riposo precedente e poi disse

“Che cosa orribile che hai detto, ripeto, hai i paraocchi. Comunque sia piacere, mi chiamo Fabrizio…”

“Io Fabbrizio, piacere mio, però spiegami perchè…”

“Non si vive di assoluti, la vita vera si cela dietro tutto quello che riesci a spiegare. Il significato della vita non è esprimibile in formule matematiche. La sociologia, il potere della mente, i viaggi astrali, gli spettri, l’amore, le emozioni… Questa è una grande fetta di quello che mai potrai spiegare”

“Io non vivo di assoluti, vivo di relativismo. La vita è frutto del caso, e il caso spesso è esprimibile sotto forma matematica. La sociologia non è una scienza esatta, la mente non ha poteri sopranaturali, i viaggi astrali sono cazzate, gli spettri non esistono, l’amore e le emozioni sono condizioni umane innescate dal funzionamento di ghiandole secernenti ormoni e da reazioni chimico-elettriche nel cervello. Anche le amebe che non hanno cervello si riproducono e non la fanno così tragica per mettere su famiglia con tutte ‘ste menate dell’amore”.

Fabrizio rise. Fabbrizio si intristì.

Fabrizio disse al suo amico, che aveva assistito da spettatore senza ruolo in quella scena, “Hai visto? È completamente cieco” risero e se ne andarono senza nemmeno degnarlo di un saluto.

Fabbrizio, sempre più triste, cominciò a ripetersi nel cervello quelle parole.

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

“Hai visto? È completamente cieco”

Cominciò a cercarvi schemi nascosti, trame sotto intese, significati tra le righe. Riempì migliaia di quaderni con supposizioni e abbandonò gli studi. Smise di mangiare e bere ad orari prestabiliti e non arrivò mai a trovare il significato nascosto di quella frase. Fino a quando, un giorno…

 

Nel giorno 304 dell’anno 15. Fabbrizio scrisse sul suo n-simo quaderno che quel tizio era un completo imbecille, che compensava la sua scarsa conoscenza scientifica con una propensione ai rapporti sociali. Il mondo ne ha a bizzeffe di persone così, il cieco non è lui e non sono io. Cieco è chi pensa di poter vivere sempre e solo sotto una propria prospettiva. Sotto un solo punto di vista. Nessuno sa tutto di tutto, ed è meglio sapere poco di tutto che tutto di poco.

 

Nel giorno 68 dell’anno 53, Fabbrizio inventò il viaggio nel tempo. Voleva tornare indietro per far riprendere gli studi a se stesso nel giorno 0 dell’anno 0. Purtroppo però funzionava solo se convenzionalmente il suo corpo fosse immerso nel vuoto totale in assenza di massa e con rumore elettromagnetico di fondo pari a zero.

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