La mia tecnica di Surf

 

“Non lo so!” mi rispose ad un tratto.

Mentre nell’aria fredda che mi circondava continuava ad aleggiare l’eco di quelle parole. strinsi gli occhi. Lo faccio sempre nei sogni orribili per svegliarmi. Non funzionò.

Sentivo la mia faccia contorcersi in un’espressione che avevo creduto di aver disimparato.

Il respiro diventò irregolare. Le dita cominciarono a serrarsi in pugni, come se avessi davanti a me un nemico. Digrignai i denti e sbuffai forte. Nella testa qualcosa mi bolliva. Provai a leggere tra i vapori della rabbia.

 

Vidi una macchina che era la mia, sopra c’ero io. Vidi un sorriso sulle mie labbra. Vidi tante belle parole.

Vidi un drink offerto. Vidi una panchina al tramonto. Vidi un cinema vicino ad un lungomare. Vidi un aneddoto sulla scelta di un film. Vidi un inizio. Vidi una mano sulla mia. Vidi una promozione telefonica fatta troppo presto. Vidi la vita che avevo edificato precedentemente sbriciolarsi ai miei piedi. Vidi le fondamenta di qualcosa di inaspettato attecchire nella mia mente.

Vidi del sesso. Vidi delle promesse. Vidi dei sacrifici. Vidi un “ti devo parlare”. Sentì un “Ma provi ancora qualcosa per me?” con effetto eco.

 

Nei giganteschi ghiacciai che si erano creati alle pendici delle mie guance avvertì lo spingere solerte di un fiume di lava.

Odio piangere.

Reagisco bene però. Sono un uomo composto.

 

Nelle ore seguenti, che sono state qualcosa come diciassettemilacinquecentotrenta, mi sono ritrovato a piagnucolare, poi ad imprecare, poi a sognare, poi a scopare, poi a fumare e poi a pensare.

 

Sono una persona felice. Ho fatto tante cose e ne farò delle altre. Non mi abbandono alla malinconia di un sogno infranto e non mi appoggio alla compiacente ricerca di una speranza ascendente.

Mi aggrappo ai momenti che mi fanno sentire vivo. Me li immagino come dei palloncini pieni dell’elio delle emozioni presenti. Mi ricordo che mi possono scappare dalle mani, che possono esplodere e che possono finire lacerati dalle appuntite vicissitudini degli egoismi miei e degli altri.

Ho imparato a cadere in piedi come un gatto. Spero di avere almeno altre mille vite davanti.

Respiro i caldi vapori delle interazioni sociali. Mi abbronzo alla luce degli accesi scambi di opinione. Mi avventuro nella profondità delle esperienze. Vivo di aneddoti, parlo di aneddoti, sogno aneddoti. Compongo mentalmente un gigantesco puzzle di eventi che perfettamente si incastrano tra il passato ed il presente.

 

Nel passato, osservo me stesso arrampicato su una gigantesca muraglia che avevo costruito sulle scadenti fondamenta di un palloncino stragonfio. Vedo la muraglia stringersi attorno a me e il fossato delle mie paure riversarsi nel semicerchio di finta sicurezza che mi cinge.

Mi prometto di non finire mai più così, ma in fondo lo spero. L’autoerotistico amore per se stessi che nasce dalle ceneri delle proprie prigioni è forte.

Abbattendo le mura, l’acqua del fossato defluisce piano. Fuori ci intravedi la gente che non ti ha dimenticato. Surfa sulle onde delle tue vecchie paure che ti stavano annientando. Ti invita ad affittare una canoa multiposto.

 

La felicità non la ottieni fuggendo da quello che hai provato. Essa si manifesta nei volti di chi ti riconosce, una volta che sei tornato all’asciutto. La felicità ti investe quando non cerchi altro che te stesso, quando capisci cosa vuoi fare e senti che quello che hai fatto rimarrà per sempre con te e che nessuno mai riuscirà a strappartelo. Voglio fare così tante cose che forse le vite di mille gatti non mi basteranno. Odio i gatti in realtà.

Quando sporadicamente ritorna l’eco del “Non lo so”, oggi rido. Il perchè io lo so. Ora lo sai anche tu.

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Un pensiero su “La mia tecnica di Surf

  1. I tuoi figli … non sono figli tuoi
    sono i figli e della vita stessa.
    Tu li metti al mondo ma non li crei.
    Sono vicino a te, ma non sono cosa tua.
    Puoi dare loro il tuo amore
    non le tue idee.
    Perché essi hanno le loro proprie idee.
    Tu puoi dare dimora al loro corpo
    non alla loro anima.
    Perché la loro anima abita nella casa
    dell’avvenire dove a te non è dato entrare
    neppure col sogno.
    Puoi cercare di somigliare a loro
    ma non volere che somiglino a te.
    Perché la vita non torna indietro
    e non si ferma a ieri.
    Tu sei l’arco che lancia i figli
    verso il domani.
    (GIBRAN)

    ciao
    TOPATRI

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