I miei viaggi

Fosse per me viaggerei di continuo. Non tanto per la meta, ma nemmeno per il viaggio. La solita solfa di godere del viaggio che ti spiattella la pubblicità è trita e ritrita. Io odio le cose trite e ritrite.

“Enjoy the ride” oppure “Non è importante la meta ma come ci arrivi”. Frasi del genere vanno bene per pubblicità di belle macchine o per costose bibite griffate e spacciate da multinazionali insensibili e compagnia bella.

Quello che amo del viaggio è l’attesa. Le fermate del bus, le file ai controlli aeroportuali o la ricerca del posto sul treno. Sono tutti luoghi speciali e situazioni meravigliose.

Penso sempre ai film che parlano della quiete prima di una battaglia, al momento di pace prima di una svolta inaspettata nell’intreccio della trama. Li osservo con molta attenzione e riesco a percepire delle cose che a primo impatto possono sembrare banali, ma che in realtà sono tutta un’altra storia.

La ragazza alla fermata del bus, piena di riccioli, non riesce nemmeno a capire quanta bellezza si stia perdendo. Continua a massaggiarsi i capelli mentre con l’altra mano colpisce dei punti a caso sul suo cellulare touchscreen. Ha degli occhiali da sole troppo grandi per il suo viso. Legge qualcosa e sorride. Odia aspettare. Odia parlare con gli estranei. Si chiude nel suo mondo e non gode degli attimi che la attraversano.

Se mi concentro li vedo, quegli attimi. La travolgono come un vento caldo. Le fanno danzare i ricci.

Lei preferisce distrarsi. Preferisce infilare le mani candide dentro la sua borsa colorata. Preferisce controllare che non abbia dimenticato nulla. Il vento le sta spintonando. Il vento la sta schiaffeggiando per farle notare quanto sia bella l’attesa.

Lei tira fuori le cuffie dalla borsa, lascia penetrare il jack nel buco oscuro del suo smartphone, si spinge nel cavo auricolare due pezzi di plastica e mi lascia da solo.

Io respiro profondamente. Sento odore di polline e sterpaglie nell’aria. Sento il gas di scarico di un’auto che è passata qualche minuto fa. Sento il sole che squaglia le nuvole. Sento i suoi raggi picchiarmi sul naso. Il sole cerca sempre di farmi ricordare quando l’estate è alle porte.

La sagoma dell’autobus spicca dallo svincolo qualche minuto dopo. Io ho dimenticato dove devo andare e ripasso tra me e me chi sono e cosa devo fare. Penso alla strada che mi separa dalla mia meta. Picchietto con l’indice sulle spalle della ragazza e le indico l’autobus. Lei sorride e ributta le cuffie nella borsa. Carico la valigia sul bus e poi viaggio.

Il controllore dell’aeroporto mi osserva con distacco invece. Io ho preso un caffè e fumato una sigaretta nella veranda. Sono indeciso. Anzi non lo sono, lo dimostro però. Rimango all’inizio del percorso a zigzag. C’è un solo metal detector attivo, lo guardo da una distanza siderale con la coda dell’occhio mentre faccio finta di scrivere un sms. Se comincio a fare quel percorso non posso più tornare indietro. Sarò prigioniero del gate. Il controllore sembra volermi dire “Sbrigati, avanti, muoviti”. Sento che prova a trasmettermelo telepaticamente. Io indugio. Poi faccio un passo avanti. Mi fermo e leggo un cartellone pubblicitario. Guardo sullo schermo tutti i voli in partenza. Per qualche minuto mi voglio sfidare ad imparare la sigla di tutti i voli a memoria, trovando qualche connessione numerica che dalla stessa sigla mi porti al gate. Sono assegnati casualmente, mi dico.

Quando il controllore abbassa lo sguardo comincio a percorrere la fila che non c’è. Lo faccio con estrema lentezza. Poso i miei effetti personali dentro una ciotola. Immagino dall’altra parte un tizio che scrive l’elenco delle cose che sto consegnando, come se stessi per entrare in prigione. Il controllore adesso mi guarda. Ho tutta la sua attenzione. Sento i suoi occhi ferire le mie mani e i miei movimenti. In tasca ho la carta d’identità e in mano la carta d’imbarco. Poso la carta d’identità nella ciotola. Passo sotto al metal detector ma lui non suona. La ragazza dietro lo schermo osserva il contenuto della mia valigia. Da come butta l’occhio credo che sia una di quelle che ama i reality show. Vorrei aver messo roba compromettente dentro la valigia per farle passare una mattinata interessante, ma ho solo i miei vestiti lì dentro. Prendo la valigia e comincio a camminare. Sento correre qualcuno alle mie spalle. È il controllore che con due parole gentili mi consegna la carta d’identità. Mi sorride e mi chiede dove ho la testa. Apro il documento e ci butto l’occhio. Non sembro nemmeno io nella foto. Sorrido e rispondo qualcosa di cortese. Mi stravacco sulle sedie rosso fosforescente e respiro profondamente. Sento l’odore della candeggina e del caffè del bar alle mie spalle. Sento il profumo dell’hostess che mi è sfrecciata accanto agitatissima ma sempre sorridente. Sento il rumore di un aereo che atterra. Sento i suoi motori avvicinarsi e poi rallentare. Mi ricordano che devo fare un piccolo consulto, mi ricordo dove devo andare e perchè lo sto facendo. Una signora rumorosa mi si siede accanto e mi domanda del gate. Le vorrei parlare di disastri aerei, delle norme di sicurezza e di quanto siano pericolosi gli aerei. Le indico la strada invece. Sorride. Sento la chiamata del mio volo e mi metto in fila. Persone strane, che prima non c’erano, compaiono da dovunque. Penso chi potrei mangiare per prima se finissimo su un monte innevato. Penso a chi potrei eleggere a mia concubina se finissimo su un’isola alla Lost. Carico la valigia sulla bilancia, pesa qualcosa in più, l’hostess mi fa l’occhiolino e mi ritrovo seduto sull’aereo. In fondo, la parte più sicura. E Viaggio.

Sono alla stazione dei treni. Ho comprato un biglietto per Napoli. Lo guardo, lo leggo. C’è un bell’accostamento di colori. Mi dirigo al numero del mio binario. Trovo il treno in attesa. Un ragazzo mi racconta una storia strappalacrime di come gli hanno rubato il portafoglio e di quanto sia dispiaciuto del fatto che non ha i soldi per tornare a casa. Gli do un euro. Ringrazia e continua ad accattonare. Sento l’eco del suo racconto in tutta la stazione. Salgo dal terzo vagone, c’è un bagno e un corridoio con delle cabine. Passo senza nemmeno guardare le prime tre e ne trovo una con due ospiti. Una signora sulla cinquantina e una ragazzetta sui 18 anni. Entro e sorrido. Mi raccontano di quanto è bella la Sicilia, lo so già. Mi raccontano di quanto è bella Taormina, non sono d’accordo. Mi raccontano di quanto sia sporca Palermo, sono d’accordo. La signora ad un certo punto monopolizza la conversazione.

Mi chiede se fumo. Rispondo di si. Mi chiede se ho mai pensato di perdere qualche chilo. Rispondo di si. Mi chiede il motivo del viaggio. Vorrei poter rispondere “affari”, ma dico “vado a trovare la mia ragazza”, per una volta è la verità. Mi chiede di lei, della mia ragazza. Mi chiede tante cose. Rispondo educatamente.

La figlia l’ammonisce. Io sorrido e dico che mi piace parlare. La figlia va in bagno. Mi chiede di nuovo se fumo e quanto fumo. Rispondo si e 5 al giorno. Mi dice che suo marito è morto di tumore e che lei ne ha uno incurabile e che la figlia probabilmente rimarrà sola ma ancora non lo sa. Il mio pacchetto di CamelBlu da 20 comincia a pesare nelle mie tasche. È come se si fosse trasformato in un pezzo di piombo. Sento i miei polmoni contorcersi. Sento l’aria che mi manca. Mi vedo sul parapetto del traghetto sullo stretto, fa pure rima. Mi vedo con il vento tra i capelli e vedo il pacchetto di CamelBlu da 20 che vola verso le fredde acque del Mediterraneo. La figlia ritorna e sorride. La signora sorride. Il pacchetto mi sta affondando nella carne della gamba. Decido di uscire a fare due passi. Accendo una sigaretta. Voglio sentire il tizio con il fischietto che dice “in carrozza ciuf-ciuf”, ma non accadrà mai. Rido. Butto la sigaretta che si infila tra una crepa nel pavimento sporco. Il ragazzo che accattonava mi chiede di nuovo i soldi. Gli do un euro. Torno in cabina. L’ora è quella scritta sul biglietto variopinto. Immagino un tipo che urla “in carrozzaaa!” fuori dal finestrino. Il pacchetto di CamlBlu da 20 è più leggero. Mando un sms “sto partendo adesso”. E poi lo faccio. Viaggio.

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