Le mie camicie

Sono le 17:50 e non mi piacciono le camicie. Mi ricordano un periodo della mia vita in cui era tutto confuso.

Le scuole medie.

Avevo scritto su un muro del bagno “TI AMO FRANCESCA”. Mi piaceva una ragazza di nome Francesca. Aveva lunghi capelli corvini e sottili labbra rosse. Amarla però non era quello che facevo veramente. In realtà desideravo capire come funzionavano le donne. Lei era un ottimo esemplare di donna.

Tornando alle camicie, ne avevo circa quattro in quegli anni. Le trovavo alternate sulla sedia della mia stanzetta la mattina quando stavo per uscire di casa. Non ho mai prestato attenzione ai vestiti. Mettevo e metto quello che mi capita sotto mano aprendo l’armadio. Qualche volta ci ho azzeccato, molte volte no. Le camicie le ritengo una prigione. Sono troppo formali, leggere, simmetriche. Ho paura delle cose asimmetriche di solito, ma le camicie mi spaventano ancora di più. Trovo impersonale indossarle e trovo impersonale sentire la cucitura dei bottoni che mi sbatte contro la carne nuda. Direte, tutti i vestiti hanno cuciture che ti sbattono contro la carne dura. Risponderò i vestiti che indosso di solito non li sento sulla pelle. Ora che ne sto parlando però li sento. Provate a sentirli anche voi. Ora provate a non sentirli più, è impossibile. Io lo provo anche quando vedo una camicia.

Marcello, il barista del centro, è di tutt’altra opinione. Per lui la prigione è il telefono cellulare. Te ne parla sorseggiando JackDaniels mentre te ne versa uno dentro un bicchiere pieno di ghiaccio. È uno di quei tipi in camicia che appena ti vede con una sigaretta in bocca, che armeggi in uno strano tuca-tuca per trovare l’accendino, esce fuori il suo già fiammeggiante e te lo avvicina alla sigaretta.

Si prende la briga di farti notare che è al contrario, e ride. Non ride di te però, ride con te.

Marcello si fa i soldi giù al suo pub. Anche se ha la camicia.

La mia ultima camicia era stretta. Sono ingrassato, poi sono dimagrito, poi ingrassato e poi dimagrito. La pubblicità degli SpecialK dice che questo non è l’ideale.

Il mio amico dice che la cura del corpo lo è, ideale. Non fumo. Non bevo. Non mangio cibi grassi. Non mangio fuori orario.

Penso che morirei a fare una vita così. Non ricordo chi, forse Jannacci, in una canzone diceva qualcosa a riguardo. Credo fosse “Quelli che” o “Quelli che il calcio”. Quest’ultimo è anche un programma televisivo. Ricordo un giovane Fazio che lo presentava secoli fa. Ricordo un Brosio non cattolico. Ricordo il 5 maggio in cui la Juve vinse lo scudetto perchè la Lazio battè l’Inter. O qualcosa del genere.

Ricordo che ero in giro con un mio amico quella domenica. Avevo una camicia. Osservavo da spettatore ignorante le corse dei cavalli. Mangiavo popcorn o pistacchi. Tanti pistacchi. Il cimitero dei gusci che si era formato ai miei piedi era notevole. Mentre mi chiedevano cosa ne pensavo dello scudetto, io pestavo i gusci. Amavo tantissimo quello scricchiolio. Sognavo di vivere in una casa piena di gusci di pistacchi. Volevo andare sulle giostre. Odiavo le corse dei cavalli. Il fumo del tizio che arrostiva la salsiccia era una cortina di fumo che avvolgeva il futuro che si sarebbe palesato.

Ero in camicia quando ebbi la prima delusione d’amore. La corteggiavo senza nemmeno capirlo. Mi diede bidone senza che lo capisse lei. Distrussi per sbaglio uno specchietto di un’auto parcheggiata fuori dal locale. Mi salvò la vita il figlio di un carrozziere, parlando di una cifra irrisoria per la riparazione.

 

Sono le 23:04 e non mi va di parlare di camicie.

Sono le 23:05 e ho mentito, non ho sonno in realtà.

Amo e odio immergermi nei ricordi così come amo e odio le camicie. Credo che metterò la camicia il mio primo giorno di lavoro, appena finirò l’università. Credo che ne comprerò un bel po’. Credo che prima o poi avrò un armadio pieno di camicie perchè indossarle significa crescere, significa prendersi delle responsabilità e credo che indossare t-shirt tutta la vita, cercando di rivivere i momenti in cui le ho scelte in vece delle camicie, non sia per niente sano.

Sono le 23:08, preparo i vestiti per domani. Sulla sedia compare una polo. L’ombra che proietta sul muro è quella di una camicia. Per me è l’ombra del futuro che incombe, oscuro e con i contorni nitidi, disegnati da quello che sono oggi e da quello che sarò domani.

 

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