FaccialMuro MondolleSpalle

Dormo con la faccia verso il muro per permettere al mondo di sorprendermi. Almeno così credevo.

È strano come la stessa identica cosa possa apparire diversa in base al punto da dove la si osserva.

Anche questa mattina mi sono svegliato faccia al muro, forse però avevo solo poca voglia di vedere cosa si manifestava alle mie spalle. Pensare a quanto piccoli siano i miei desideri in confronto alla vastità dell’universo che era nascosto alle mie spalle è stato sconfortante.

Anche se avevo caldo ho preferito rincarare la dose di coperte. Mi sono sepolto sotto morbidi fogli di tessuto per non permettere al resto del mondo di vedermi. Profumano di casa le mie lenzuola, anche se qua non sono per niente a casa mia.

Casa.

Mi domando cosa disegna nella mia mente il suono di questa parola. Nell’immaginario comune dovrebbe essere una specie di posto caldo e accogliente, pieno di gente sorridente alla quale stanno a cuore le tue necessità.

Nella mia mente, invece, la parola CASA disegna il volto di mia madre. Il suo sorriso, la sua dedizione verso la famiglia, la sua totale assenza di egoismo. Disegna la barba di mio padre. Le sue parole, il suo sostegno, i suoi abbracci.

La parola CASA disegna il profilo delle colline intorno al mio paese. Disegna il profilo dell’autobus che mi ci porta. Disegna le irregolarità del profilo della mia valigia.

La parola CASA disegna l’odore della terra che, mentre giocavo a calcio da piccolo nello spiazzale sterrato dietro casa, assaggiavo ad ogni singolo respiro profondo. Disegna il posto in cui, un me quattordicenne, seduto con i miei amici ha scoperto gli effetti inebrianti delle bevante alcoliche. Disegna il punto esatto in cui le mie ginocchia hanno assaggiato l’asfalto quando, inesperto, piantai il freno anteriore del mio orribile scooter.

 

Inebriato di lenzuola e di malinconia sfoggio un sorriso. Un sorriso da sotto le coperte che intanto mi hanno sepolto completamente.

Guardo verso la semi oscurità che si delinea dove dovrebbero esserci i miei piedi e ricordo le domeniche mattine. Ricordo l’orribile sensazione che provavo di domenica e, ricordo, quanto rimasi sbalordito di leggerla, descritta alla perfezione, nella poesia “Il sabato del Villaggio”. Ricordo le poesie imparate a memoria e rimpiango di non poter contenere nel mio cervello tutta la bellezza che ho visto manifestarsi su carta da quando ho imparato a leggere. Viaggerei con qualche libro sempre dietro, non tanto per le parole che vi sono dentro, ma per i ricordi che mi provoca osservare la copertina. Sono gli effetti collaterali della lettura. Odio parlare dei libri che leggo con chi li ha letti. È come costruire un castello di carte mentre si usa un asciugacapelli. Nessuno vede nei libri quello che vedo io. Nessuno vede nei libri quello che ci vedono gli altri. L’interpretazione di quello che apprendiamo è sempre un castello di carte. Puoi barare usando la colla o il nastro isolante dell’arroganza intellettuale, ma tutto sommato è bello veder crollare i castelli per poi ricominciare a costruirli, magari a quattro mani.

 

Sono ancora spalle al mondo e faccia al muro. Allungo il collo come una tartaruga dal guscio di cotone profumato e vedo la parete. Sento il mondo fuori. Vedo il mondo nella parete. Mi accorgo che l’universo è dovunque intorno a me e che nascondersi è una menzogna. Fuggo dalla prigione del mio guscio, mi sento nudo, forse lo sono. Tendo le braccia e le gambe fino all’inverosimile ed emetto un suono sgradevolmente acuto. Attivo gli addominali ed incrocio le gambe. Vedo molti personaggi che ho inserito nei miei racconti. Tra i più frequenti si annoverano lo specchio e la sveglia. Per un attimo vedo la porta tremare. Vedo la porta fremere. La sua maniglia, color piscio dorato, scintilla vogliosa di essere usata. Si dice sempre “Se non puoi batterli, unisciti a loro”. La mia armatura non è servita a difendermi da tutto ciò che mi circonda. Respiro la libertà di essere nel mio letto lontano da casa.

Sul comodino spicca l’arte delle Guerra di SunTzu. Ho perso la mia battaglia. Non sarò mai un buon generale. Mi alzo e sono pronto ad essere inglobato dalle armate del nemico universo, che come ogni mattina, da quando sono nato, mi ha stanato ed è pronto a regalarmi qualcosa per cui vale la pena alzarsi la mattina dopo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...