I dozzinali disturbi mentali di Mario Rossi

“Dalle analisi che ho effettuato il quadro clinico è chiaro, signor Rossi…”

“Mi metto comodo dottore? È una brutta notizia quella che sento aleggiare nella stanza?”

“Credo che lei sappia benissimo che è già sdraiato, quindi non credo possa essere più comodo di così, inoltre non è per niente una cattiva notizia… lei è totalmente sano di mente!”

 

Mario uscì devastato da quella seduta, purtroppo ancora una volta le avversità della vita gli erano franate addosso. Era la sua ultima spiaggia, la sua ultima occasione e purtroppo un tizio con una cartella in mano gli aveva chiuso le porte in faccia.

Aveva sperato di avere qualche pesante disturbo della personalità, qualche particolare problema unico nel suo genere e fastidioso quanto basta, ma nulla, anche questo tentativo era miseramente fallito.

Tornò al suo piccolo e dozzinale appartamento e si catapultò sul suo triste e dozzinale divano.

Sbuffò e accese la tv.

Milioni di miliardi di colori, di suoni, di luci, di voci, di informazioni lo penetrarono all’istante.

Il notiziario gli mostrava che tutti avevano un ruolo, una condotta, una specialità.

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L’assassino, la vittima, la velina, il cantante sudcoreano, il politico, il cagnolino da adottare e il tizio del meteo con la voce profonda. Era studioaperto probabilmente, un tg da quattro soldi che andava in onda da un bel po’ di tempo anche se faceva schifo a buona metà della popolazione. Nella sua stupidaggine però, studioaperto aveva infilato il dito nella ferita che affliggeva Mario fin da bambino.

Mario non aveva mai accettato di essere una persona normale e dozzinale, come la metà buona della popolazione.

Era certo che anche i suoi genitori lo avessero condizionato a diventare così, fin dall’aneddoto anagrafico che lo contraddistingueva, si chiamava MARIO ROSSI ed era nato a Roma, un giorno qualsiasi di un paio di decadi e qualche lustro di insignificanti anni fa.

Mario visse tutta la sua infanzia cercando di capire cosa voleva diventare. Vedeva il suo nome scritto su tutti i coupon informativi, sui facsimile di carte di identità, sulle tessere elettorali d’esempio nelle pubblicità delle elezioni e questo lo uccideva.

Vedeva tante persone e tante personalità formarsi, mentre lui continuava a struggersi di domande.

I suoi compagni delle elementari non avevano avuto problemi ad affermarsi e tutti avevano un ruolo, un personaggio. Lui no.

C’era il bullo, il secchione, la pupa, la secchiona, la figlia di papà, il maniaco della moda, il cattivo, il bravo ragazzo, il playboy, il tenero, il sensibile, l’intelligente. Lui era il Mario. E lo era sempre stato.

Per carità, aveva avuto una bellissima infanzia tutto sommato, un’adolescenza accettabile. Aveva anche avuto le sue personali prime volte.

La sua prima sbronza fu carina, ad esempio. Ma non divenne un personaggio, da ubriaco era solo più Mario del solito. C’era chi da ubriaco diventava simpatico, lui rodeva di rabbia per questo. Rodeva così tanto nella media che nemmeno riusciva ad essere quello con la sbronza violenta.

La prima volta che fece l’amore, Mario, lo fece con Maria. Fu dozzinale. Non provò alcuna di quelle sensazioni da film che gli avevano sempre descritto. Nessuna fusione di anime, nessuna sensazione idilliaca e fantastica. Fu solo una masturbazione assistita, secondo un suo cinico parere espresso molto tempo dopo.

Dopo il liceo aveva cercato di cambiare vita, di cambiare look, di cambiare anche nick. Ma per tutti rimaneva MarioRossi.

Era come se lo avesse tatuato in fronte, come se portasse una scintillante targhetta, come se una gigantesca insegna capeggiasse su di lui in ogni momento.

Finita l’università, Mario prese a fare un dozzinale lavoro d’ufficio. Non subito, aveva preso un dozzinale punteggio basso e dovette fare la dozzinale gavetta subito dopo il dozzinale periodo di disoccupazione giovanile.

Adesso che lavorava da ormai quasi cinque anni, però. Aveva cominciato sempre di più ad ingigantirsi dentro di lui un favoloso desiderio di essere speciale.

Gli era maturato dentro tutta la vita, era cresciuto e gli era esploso nel cervello.

Probabilmente, dato che aveva subito tutti quei torti, in una qualche maniera doveva aver sviluppato qualche disturbo mentale, questo si che lo avrebbe reso un personaggio.

Ma a quanto pare si sbagliava.

Riaprì gli occhi ed era ancora sul divano con la tv accesa.

Guardò l’orologio ed erano le 2. Era ora di mettersi a letto, il suo dozzinale letto.

“Ehi, Mario! Psst!” disse l’uomo che faceva la rassegna stampa notturna al telegiornale.

“Dimmi…” rispose Mario.

“Non arrenderti, che poi essere dozzinali non è male. Inoltre, se ci pensi bene, tutti cercano di essere speciali, molti ci riescono e riescono a reggere a fatica l’immagine che tutti si sono fatti di loro. Mai sentito parlare di rockstar che si suicidano? Attori che si drogano? Quelli ci muoiono con queste cose! Tu invece sei talmente speciale che…”

“…che non devo avere alcuna di queste preoccupazioni… Io sono speciale perchè non ho nulla di speciale e non fatico ad essere Mario Rossi. Grazie Omino del TG Rassegna Stampa…”

L’omino in giacca e cravatta nello schermo sorrise e fece l’occhiolino, si sistemò gli occhiali e disse “Figurati, ora passiamo a Il Giornale…”

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