La storia di Klaus Van Der Offenberg

Klaus Van Der Offenberg era un bastardo.

Ma non nel senso puro del termine, ovvero, sapeva benissimo chi erano i suoi genitori biologici, o almeno sapeva benissimo chi fosse sua madre. C’era anche un homevideo che testimoniava la sua effettiva venuta al mondo con tanto di entrata trionfale fuoriuscendo da quella donna che ancora oggi chiamava madre. A distanza di trent’anni dalla sua nascita, però, non aveva reperito alcun video del suo effettivo concepimento. Quindi era sicuro solo per una percentuale notevole di non essere un bastardo nel vero senso della parola.

Klaus era un bastardo nell’altro senso però, ovvero, chiunque avesse mai incrociato la strada con lui, chiunque lo avesse mai frequentato, anche solo casualmente, aveva infine maturato questa opinione di lui.

Era cattivo nell’anima, scorbutico e malvagio. Un freddo calcolatore. Odiava le amicizie sincere, i rapporti interpersonali e aiutare la gente. Non commetteva omicidi, non rapinava diligenze e non andava in giro armato. Non picchiava la gente, non rubava ai poveri e non bruciava auto.

Però, non aveva mai perso un occasione di farsi dare del bastardo.

All’asilo appiccicava le chewingum alle sedie e aspettava che i bambini si sedessero su di esse per poi gioire in silenzio.

Alle elementari scriveva sui muri dei bagni, in pessima forma sintattica, frasi ingiuriose sulle dimensioni peniche dei suoi compagni di scuola e già che c’era, non perdeva occasione per fare pipì ovunque gli capitasse tranne che negli appositi bianchissimi mini orinatoi.

Alle medie, già in avanzata pubertà (era molto precoce), Klaus pesava ottanta chili e guardava torvo tutti i suoi coetanei dall’alto del suo metro e ottanta, infondendo in loro un terrore indescrivibile.

Aveva cominciato a fumare proprio alle medie, rubava le sigarette al bidello grassone e zoppo, proprio sotto i suoi occhi. Ne prendeva due, le intascava e le altre le rompeva prima di rimetterle delicatamente nel loro pacchetto.

Fumava in bagno e quando qualche altro alunno entrava per poter usufruire dei servizi sanitari lo cacciava via urlandogli che quello era il suo regno.

Si era autoproclamato Re e Imperatore supremo dei bagni del primo e del terzo piano, Dittatore dell’aula Magna nonché Primo Ministro della sala audiovisivi e Governatore Supremo della sala Fotocopie.

Aveva il glorioso record di quasi una nota virgola sette al giorno.

Ruttava in faccia ai professori quando gli veniva posta una domanda e in tutta la sua vita non aveva mai centrato un cestino tirando una palla di carta verso di esso, anche se era un discreto cecchino cartaceo quando il bersaglio era qualcuno di umano e in movimento.

Quando suo padre gli comprò lo scooter andava in giro per la città tenendo una velocità imbarazzante di 20 chilometri orari. Amava vedere la gente adirarsi dietro di lui in lunghe code. Intasava pesantemente il traffico e ne era compiaciuto in una maniera indicibile.

Alle superiori, per cinque anni di fila spaccò con un pugno il cartongesso che separava l’aula dei computer da quella di lingue. Distrusse diversi strumenti dell’aula di fisica, inoltre, in cinque anni, aveva collezionato lo straordinario record di becher e beute infranti nel laboratorio di chimica, detenuto da un vecchio professore con il parkinson andato in pensione qualche anno prima.

Non aveva mai riciclato alcun rifiuto, a parte alcuni regali, spesso impacchettandoli malamente e portandoli di nuovo agli amici che lo avevano non poco deliziato con gli stessi.

Non aveva mai pagato nulla alle bancarelle, aveva solo contrattato fino a sfinire il povero venditore per poi tirarsi indietro non appena l’accordo era in prossimità di arrivo.

Al supermercato faceva dei buchi nelle pietanze sigillate e mangiava Fonzies spacchettate senza poi pagarle e dopo ne occultava il pacco tra la verdura fresca di stagione, controllando prima di aver svuotato le briciole sui pomodori semibagnati esposti. Amava non far passare avanti nella fila le persone che andavano di fretta, anche se gli altri gli facevano notare quanto fosse poco educato farlo. Nessuno riusciva a farlo ragionare, lui li ignorava canticchiando ad alta voce tormentoni fastidiosi, placando i consigli della brava gente che gli stava intorno.

Provava le scarpe nei negozi, trovava la misura esatta, poi diceva al commesso che costavano troppo e che quindi le avrebbe comprate su internet ora che conosceva la misura.

Nei bagni pubblici staccava la presa dell’asciugamani elettrico dopo averlo usato, o ficcava l’intero stock di fazzoletti per le mani nell’apposito cestino, sempre dopo aver svuotato l’intero sapone liquido nel water.

Quando prese la patente cominciò a parcheggiare sempre in seconda o terza fila, anche se vi era tanto posto disponibile intorno. Altrimenti, dipendeva sempre dalla giornata, non seguiva mai la trama del parcheggio. Quando vi era indicata la spina di pesce parcheggiava parallelamente al marciapiede e viceversa. Inoltre comprò un Suv station wagon per rendere ancora più difficile la vita di quelli che per una qualche ragione dovevano parcheggiare accanto a lui.

Non aveva fatto l’università per fare un dispetto ai suoi, era molto intelligente, ma preferiva fare dei lavoretti occasionali per mantenersi.

Quando andò ad abitare da solo non conobbe nessuno dei suoi vicini, non salutò nemmeno una volta il portiere e di tanto in tanto, a notte inoltrata, andava giù nel seminterrato a staccare dei contatori della luce scelti a caso.

Frequentava internet in lungo e in largo, commentava spesso su youtube e varie offendendo la gente, anche se parlavano di cose universalmente riconosciute come giuste e anche se la pensavano esattamente come lui.

Aveva milioni di profili fasulli di belle donne su facebook, faceva innamorare milioni di uomini e poi gli confessava, mentendo, di essere un quarantenne obeso e calvo con famiglia e figli a carico, spezzando loro il cuore.

Quando usciva di casa frequentava sempre il solito bar e rimaneva seduto al bancone ben due ore oltre l’ora di chiusura, solo per infastidire il barista che non poteva lamentarsi dato che continuava a sorseggiare di tutto e a pagare con monetine di piccolissimo taglio, che con grande solerzia, ogni volta contava lentamente.

Dal Benzinaio si faceva controllare la pressione delle gomme circa 8 volte al giorno e si faceva lavare i vetri della macchina altrettante volte.

Quando mangiava a casa, si affacciava dalla finestra con la tovaglia da tavolo in mano e faceva cadere tutti i rimasugli solo se sotto vi era qualcuno affacciato o se vi erano panni stesi, in caso contrario conservava il tutto per poterlo fare successivamente.

Quando Klaus morì, al suo funerale non andò nessuno, nemmeno lui.

Era una bella giornata di Aprile, Klauss aveva appena compiuto trentasei anni e guardandosi allo specchio per la solita prova giornaliera di risata malvagia ebbe una folgorazione.

Raggiunse l’illuminazione.

Per qualcosa più di un attimo erano spariti angoscia esistenziale e pensieri malvagi sul suo futuro.

Era tutto perfetto. Poteva quasi lievitare in aria. La tranquillità lo attraversava da ogni singolo centimetro quadrato di pelle e la vita che aveva vissuto e quella che stava per vivere erano solo dei granelli di sabbia insignificanti nell’immensità dell’universo.

Proprio nell’attimo in cui realizzò di essere davvero felice e in pace, istintivamente cominciò a pensare ad una strategia per trattenere quella sensazione più a lungo possibile.

Questo atteggiamento fece scappare via la sopraggiunta illuminazione. Fu come risvegliarsi da un sogno meraviglioso. E rituffarsi nella favolosa candid camera che era stata la sua vita.

Quel giorno di aprile, vide il suo sguardo invecchiato e spento, la sua faccia, una volta liscia e paffuta, bitorzoluta e ossea. Quel giorno di aprile Klaus decise di morire. Decise di diventare quello per cui era nato. Era nato Nicola. Ma farsi chiamare Klaus era stato una goduria, quel nome tedesco lo faceva apparire più cattivo e bastardo di quanto non fosse in realtà.

Decise che era ora di darsi una mossa. Che era ora di cambiare atteggiamento e ritornò a riformulare la metafora della candid camera, che lo aveva accompagnato fin da bambino.

La vita è come una candid camera, sei tu che scegli se essere l’attore o la vittima, ma se fai solo una delle due parti, quando lo show finisce hai visto solo una metà di quello che c’era da vedere e hai provato solo metà delle cose che c’erano da provare.

Il giorno in cui Klaus morì, Nicola nacque dalle sue ceneri.

Quando Nicola morì, qualche decennio dopo, al suo funerale andarono tutti.

Tutti tranne Klaus.

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