Treni notturni su binari antideraglio di cotone

Ho spento la luce del comodino.

Le coperte sono ancora fredde e il loro profumo mi inebria la mente e illumina il buio che mi circonda.

Sono al sicuro qui.

Prima di chiudere gli occhi, prima spegnere parte del mio cervello per il tempo necessario alla dose di riposo quotidiana di irradiarmi, cerco di trattenere i miei appunti mentali tra le coperte e il cuscino. Purtroppo non ci riesco mai, essi mi attraversano. Spesso sono sogni, spesso sono solo pensieri sparsi.

La stanzetta di quando ero adolescente mi circonda e mi perseguita come il fantasma di quello che volevo diventare da grande.

Ho una gigantesca collezione di Topolino nella mensola accanto al letto. Quando sono qua mi capita spesso di leggerne qualcuno prima di dormire. Le storie le conosco tutte a memoria, mi aiutano a ricordare cosa sognavo di diventare quando ancora non potevo immaginare cosa sarei diventato.

Spengo l’abatjour Giallo-Verde-Arancio. Poso il Topolino. Punto casualmente il naso a nord.

Feng Shui, quella stupida pratica giapponese o cinese di sistemare i mobili perchè aiuterebbe il bioritmo, ne parlavamo a scuola una volta, con la professoressa d’inglese.

Quanto era figo studiare l’inglese, copiavo sempre i compiti durante la ricreazione o sul bus che ho preso ogni mattina alle 6:48 per 5 anni.

La prima volta che avevo preso quel bus avevo 13-14 anni, mi ci accompagnò mio padre. C’era una ragazza ricciolina seduta in prima fila. L’autista era molto grasso e c’era tanto buio. Mi ero andato a sedere in fondo perchè sapevo che il resto dei 5 anni avrei scelto sempre lo stesso posto e il fondo mi sembrava corretto.

La prima volta che mi presi il fondo di un bus fu alla gita di quinta elementare. Mi ero seduto in fondo con la figlia della Maestra, Delia, di cui mi ero innamorato. Forse ho anche provato a baciarla. Le offri un pezzo di panino con il salame in cambio di un pezzo panino con il prosciutto. Ho sempre amato il prosciutto.

Anche all’asilo mangiavo spesso il panino con il prosciutto, mentre dondolavo sulle altalene. Ricordo Vito, mio amico dell’asilo che ormai nemmeno saluto più, che dondolava mangiando un panino al prosciutto. Indossava un giubbotto rosso, forse era una giacca a vento, ma solo dal cappuccio. Era il nostro modo per giocare ad essere Batman. Lui era Robin. Combattevamo il crimine scorazzando tra la mensa e i bagni. Vito cantava sempre “Gloria, manchi tu nell’aria” di Tozzi mentre combattevamo il crimine, mentre uccidevamo ladri di cartone con pistole inventate.

Avevo paura dei ladri. Fin da piccolo. Una volta svegliai mio padre, era notte fonda, gli dissi che avevo paura dei ladri. Lui mi prese in braccio, mi porto sul balcone e mi fece osservare uno splendido panorama notturno del mio paesello, mi guardò negli occhi e mi disse:

“Perchè tra tutte queste case, in tutto il mondo, i ladri dovrebbero scegliere proprio la nostra e proprio la tua stanza è improbabile no?”

Credo che proprio in quel momento decisi di amare la matematica, la probabilità, la statistica, gli integrali, le equazioni differenziali, le forme differenziali lineari e le coordinate polari.

 

Ogni singolo momento della mia vita mi passa davanti ogni notte, quasi come accade nei film quando il protagonista sta per morire. Li scorro. Mi ci immergo. Li rivivo. Prima di spegnere la seconda luce, quella della ragione e abbandonarmi al mio simpatico subconscio che mischia questi e altri ricordi in un favoloso e divertente cocktail di emozioni. Amo i miei sogni.

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