L’ho letto negli occhi di un pazzo

L’altra notte ho fatto un sogno strano. Finalmente qualcuno mi capiva.

Dopo avermi fissato a lungo negli occhi riusciva a leggere tutto quello che mi passava per la mente. Tutto quello che non ho mai saputo spiegare.

Era come se leggesse uno di quegli strani fogli di carta con quelle strane figure tondeggianti stampate sopra. Come un giornale, si. Leggeva attraverso i miei occhi il mio personalissimo giornale.

Tutti abbiamo bisogno di esprimere chi siamo.

 

Spesso, sorseggiando un caffè scroccato e fumando una sigaretta regalatami, appollaiato su di un muretto logoro, sorrido ai passanti e gli urlo qualcosa. Spesso sorridono, altre volte invece, urtati dalla mia presenza, cambiano strada.

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Non voglio fare del male a nessuno. Forse voglio solo essere come loro. Voglio correre da qualche parte lamentandomi di quanto sono indaffarato e inventandomi scuse per non essere da un’altra parte. Voglio scoprire dove va la gente quando scompare dal mio orizzonte. Probabilmente continua ad esistere da qualche parte. Ma attualmente non ne ho le prove.

 

È bello far ciondolare i piedi giù dalla ringhiera. È bello anche osservare come un segugio le abitudini delle persone. Posso fidarmi di loro. Ogni tanto qualcuno mi da qualche spicciolo. Per ricompensarli faccio questi meravigliosi disegni con componenti di altissimo valore che loro insensibilmente buttano via.

 

Perché mai una fibbia di una vecchia cintura non dovrebbe intersecare un pezzettino di fil di ferro, infilarsi in un manico di ombrello e rimanere fisso, appeso ad una cancellata o ad un cartello, scrutando chi passa?

 

Amo sempre le mie composizioni di immondizia. È quello il mio modo di esprimermi. Le lascio in posti specifici e amo spesso osservare di nascosto chi viene rapito da queste creazioni. Ad essere sincero non amo loro, amo solo le loro reazioni.

 

Alcuni ridono. Alcuni arricciano il naso. Alcuni alzano le spalle. Alcuni scuotono la testa.

Ma le reazioni che amo di più sono quelle della gente che distrugge quello che compongo. Amo guardarli strappare via quello che, con tanta cura e pazienza, ho piazzato là. Sono ragazzini a volte. A volte sono normali adulti.

 

All’inizio stavo quasi per chiedermi perché lo facessero. Poi ho smesso. È così ovvio.

È facile invidiarmi. Posso andare in giro io, sono libero. Non sparisco all’orizzonte. Sono sempre con me. Posso chiedere degli spiccioli. Posso rubare un caffè e una sigaretta. Il mondo è il mio appartamento. Non devo scappare da nessuna parte usando scuse per non essere da qualche altra.

Sono lo scemo del villaggio, sono Salvatore, Totò. Quello che ami prendere in giro. Quello che urla frasi che per te non hanno senso. Sono quello che tu insulti. Sono quello che tu deridi.

Sono quello che invidi, perché, a differenza tua, io sono sempre me stesso. E non soffro se mi chiami pazzo. Sei tu che soffri ad essere troppo normale e quando la paura di non esserlo completamente ti assale distruggi quei piccoli altarini che ho lasciato lì per te.

 

È stato solo un brutto sogno però. Spero che mai nessuno potrà leggermi questo negli occhi. Spero che mai nessuno ammirerà le sculture che faccio con la spazzatura. Perché se lo facesse allora non potrei mai più essere pazzo.

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