Quella strana notte in cui Joe Ciclone parlò con se stesso

Aveva appena finito di vomitare nel sacchetto conficcato nel catino accanto al letto, Joe Ciclone, dopo un’altra delle sue serate distruttive.

-Ma che cazzo devo vomitare ancora? Basta!- si disse Joe Ciclone mentre si alzava per andarsi a lavare la faccia.

Allo specchio c’era un tizio dall’aria familiare, era una versione più brutta del Joe Ciclone che conosceva, aveva la faccia devastata e le occhiaie che gli arrivavano fino al collo.

-Burp!- fece l’immagine nello specchio facendo un movimento scomposto di spalle e testa, quasi come se avesse uno spasmo o come se un brivido freddo gli avesse percorso la spina dorsale.

-Burp!- Rispose il Joe Ciclone dall’altra parte dello specchio.

Rise di gusto con gli occhi chiusi, pensando a una delle tante situazioni divertenti che aveva passato in quella serata appena conclusa, poi tornò a guardare nello specchio.

Quello che vide lo fece rabbrividire, strofinò gli occhi quasi fino a farli bruciare e ritornò a guardare. Il Joe Ciclone dello specchio era di spalle.

-Che stronzata è questa?- ruttò tra se e se ma ad alta voce… il Joe Ciclone dello specchio, sempre di spalle, alzò il dito medio e glielo puntò.

-Stai parlando con me?- disse parafrasando De Niro, -No dico, stai parlando con me?- ruttò sobbalzò e poi si rese conto che effettivamente era una situazione strana.

Più strana di quella volta che in un sogno aveva visto se stesso in accappatoio bianco urlarsi contro.

Tese la mano verso lo specchio, ma era uno specchio, non era nessun portale per nessuna altra dimensione ipotetica, ma il Joe Ciclone di quel riflesso era ancora di spalle e non rispondeva, se non a gestacci.

-Ti ho fatto qualcosa che non dovevo?- disse il vero Joe Ciclone provando ad attaccare bottone, lui era bravo ad attaccare bottone, ma quella situazione particolarmente verosimile faceva cadere nel cesso anni ed anni di esperienza di attacca-bottone.

-Dico a te, perchè continui a farmi gestacci e non mi rispondi?- continuò sempre più incazzato.

La sua figura nello specchio prese a ridere di gusto, proprio con la stessa intensità e modulazione vocale con cui rideva lui di gusto solitamente.

-Hai paura del confronto? Questa stronzata è un messaggio del mio subconscio per dirmi che ho paura di guardarmi da fuori per capire quanto mi faccio schifo e stronzate da psicologo come questa?- borbottò il vero Joe Ciclone

-No, ti sto solo prendendo per il culo! E il resto lo hai fatto tutto tu, minchia sei ridicolo- rispose finalmente il Joe Ciclone del riflesso, restando però di spalle, aveva una voce simile alla sua, solo un po’ più serena.

-Amico sai che hai proprio una voce simile alla mia però un po’ più serena?- gli chiese il vero Joe Ciclone

-Lo hai pensato e quindi lo so, in poche parole sono te…quindi so cosa pensi, quando lo pensi in più so anche perchè lo pensi – lo ammonì il suo riflesso.

-Quindi mi sa che non hai alcun bisogno di sentirmi parlare, menomale va, sono stufo di parlarti sei un presuntuoso testa di cazzo sottuttoio! Inoltre negli ultimi anni non hai mai fatto il tuo dovere, o meglio lo hai fatto, ma non come avresti dovuto, e ora sei rinchiuso dentro uno specchio di merda alle 4 di mattina a parlare con uno che ha appena vomitato! E mi fai pure la sceneggiata di metterti di spalle per farmi capire che non sono importante per te! Ma fottiti idiota –

Dopo aver sentito queste parole, il riflesso di Joe Ciclone si voltò di scatto, e assunse la stessa posizione del vero Joe Ciclone da questa parte del riflesso, riprese anche le sue sembianze, le sue occhiaie e i suoi movimenti da brividi lungo la schiena. Joe Ciclone si sciacquò la faccia con acqua gelata. Si lavò i denti, borbottò qualcosa allo specchio per vedere se rispondeva. Bevve un bicchiere d’acqua e decise di non parlare mai più con se stesso, al massimo se si fosse rincontrato in qualche altro bagno si sarebbe offerto una birra, chiara, italiana ed economica, non di importazione…quel testa di cazzo non se la meritava una birra di importazione. Rise, ruttò e si risvegliò nel letto con un violento mal di testa. Tese la mano verso il muro, ma era un muro, non era nessun portale per nessuna altra dimensione ipotetica.

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