InVinninha

Questo che vado a presentarvi è il primo capitolo di un racconto sulla cultura campagnola sicula nel periodo della vendemmia che ho cominciato a scrivere 3-4 anni fa, e mai completato. Spero che un giorno mi ritorni l’ispirazione di cui godevo in quel periodo per provare finamente a finire questo piccolo lascito, dato che purtroppo la cultura della campagna si va spegnendo e tante piccole sfumature non colte rimarranno sepolte per sempre:
estroflessioni filosofiche di cultura “Viddana” Siciliana

Giorno I
Non ricordo cosa sognassi di preciso, c’era qualcuno che mi trascinava verso qualcosa, non molto indicativo…immagini confuse… con un sottofondo musicale: “Leningrad Cowboys- Happy together (The Turtles cover)”…che stranamente è la suoneria della sveglia al mio scassatissimo cellulare. Capì così che era ora, mi alzai e zittii il fastidioso brano, l’unico che riesce a svegliarmi anche dalla fase Ultra-Super-Mega-Iper-REM, erano le 5:04, di solito non punto la sveglia ad orari multipli di 5, una piccola forma di anticonformismo ossessivo-compulsivo che mi porto dietro da tanto tempo. Realizzai che era ora, il mio primo giorno di vendemmia stava cominciando, avevo esattamente 19 anni 10 mesi e 27 giorni, quell’11 giugno del 2008, cominciare a lavorare a 20 anni suonati è un pò da bamboccione, lo so, ma meglio di non cominciare mai… avevo sempre scansato l’idea di vendemmiare, pensavo fosse così pesante da scioccarmi l’anima, distruggermi dentro… avevo fatto altri lavori in campagna,come raccogliere olive nel mio piccolo fazzoletto di terra, ma vendemmiare… lavorare per qualcun altro sotto il sole aspettando l’ora di tornare a casa, era un mondo sconosciuto e alquanto spaventoso per me. Gli unici soldi che avessi mai guadagnato, erano qualche piccola ricompensa per consulenze informatiche di base, cosa che tuttora faccio, ma lavorare come mio nonno, come molti miei coetanei facevano già da tempo, era una cosa che mi interessava non poco. Una sfida personale, un campo in cui scoprire le mie possibilità, le mie doti nascoste.
Mi vestì in fretta e furia e al colpo di clacson uscì di casa con un piccolo zainetto in mano, fuori ad aspettarmi, mio nonno, e due persone che chiamerò Smilzo e Bombo. Smilzo ha due anni meno di me, e tanta esperienza sulle spalle, piccolino di statura, ossatura fragile, magrissimo, dalle movenze scoordinate, ma con grande voglia di mettersi in gioco; Bombo una persona emblematica, sulla quarantina, scuro di pelle, come i veri lavoratori di campagna, come quelli forgiati dal sole di mille Vendemmiate d’agosto. Salì dietro e partimmo. Dopo circa quindici minuti eccoci arrivati nell’enorme appezzamento di terreno, collocato in una specie di vallata, disegnata con pochi colori da madre natura, collina alle spalle collina di fronte, – “Semu ‘nta un fossu!” (Siamo in un fosso) disse mio nonno appena scese dalla macchina e mi consegnò lo strumento del mestiere, una forbice da “vinninhaturi”, manico rosso fiammeggiante, lama affilata e lucida pronta a punirti ad ogni distrazione. Ercole e Pelatinho erano sul carrellone trainato dal trattore, e mi guardavano assorti come due soldati guardano un novellino del regimento. Ho sempre avuto paura del nonnismo, e per questo l’ho sempre fatto prima che potessero farlo a me. Ercole era giovane, forse pochi lustri più grande di me, scuro di carnagione, con due occhietti scuri che schizzavano a destra e sinistra, effetto del caffè mattutino pensai, imponente e corpulento sembrava un enorme armadio scuro, vuoto… Senti dirgli due-tre parole incomprensibili, stupidamente incomprensibili; Pelatinho era coetaneo di Ercole, ma bassino e completamente rasato a zero, mi guardava con lo sguardo semidormiente di un giovane macaco nero indonesiano, animale molto territoriale. Il padrone, il mio padrone era semicalvo, con un cappellino appoggiato in testa, scurissimo di carnagione anche lui, sedeva sul trattore, alzando al cielo come un trofeo, una sigaretta composta per il 90% di cenere, mi sono sempre chiesto come facesse a non cadergli… ci ho provato migliaia di volte, è impossibile che la cenere non si stacchi dalla sigaretta quando è quasi spenta, quell’uomo si deve essere per forza allenato anni ed anni per riuscirci… Non disse nulla, bestemmiò che era quasi giorno, e noi ancora non eravamo sul carrello a far compagnia ad Ercole e Pelatinho. Salimmo con agilità tipica di elefanti obesi thailandesi, sul carrellone: Io, Smilzo, Bombo, Mio Nonno…e altre due figure, Bonaccione e  Tappo. Bonaccione era poco più basso di me, aveva una faccia rassicurante e un cappellino di paglia davvero significativo, Tappo era un tappo, punto. Il trattore si avventurò in cima alla salita, dovevamo vendemmiare in discesa, molto meno faticoso, sentì dire qualche giorno prima a mio nonno…Cosa che ai suoi tempi non si faceva, il trattore che ti viene dietro, la pausa pranzo, tante piccole comodità che ai sui tempi non si facevano, e non si faceva nemmeno di andare con la macchina, e nemmeno di salire sul carrello…ma vi siete mai chiesti cosa si faceva ai loro tempi? Io si, e mi sono anche risposto… Nulla…ai loro tempi non si faceva nulla, i nostri nonni avevano sempre le cose migliori, più faticose, più genuine, più vere, più pane con l’aglio di noi…e noi non potremo mai farci nulla, perchè quando toccherà a noi, i nostri figli non avranno le nostre cose, e dimenticandoci dello scassamento di minchia dei nonni, glielo rinfacceremo in eterno ai nostri figli quanto eravamo messi meglio di loro, e i nostri figli lo faranno con i loro, e così via in eterno… fino all’arrivo del prescelto, che verrà secondo calcoli Aztechi nel 2012 (esattamente quando finirà la terra, quando arriveranno gli alieni, quando ci sarà la terza guerra mondiale, quando Berlusconi morirà, quando il petrolio finirà, quando scopriremo il rimedio per il cancro, quando io avrò 24 anni). Tornando al carrellone, questo mezzo atipico di locomozione arrancava in salita, pieno di gente assonnata e con poca voglia di parlare, arrancava perchè andava sempre più lento man mano che la salita si faceva più impegnativa, poco prima di aver guadagnato la cima, il trattore ci lasciò. Cominciò a slittare e ad invertire il senso di marcia, il padrone bestemmiava, ma le bestemmie non avevano effetto , poi si ricordò di avere i freni…e li usò…scendemmo a metà salita spaventatissimi per l’accaduto, e il padrone ripartì senza di noi verso la cima, bestemmiando. Mio nonno per tutta la prima discesa, mi prese sotto la sua ala protettrice, cominciai a tagliare questi grappoli, e prima che finissi un unica vite, mio nonno era già a quota sei viti consecutive. Un mostro oserei dire, mio nonno lavorava in campagna da quando aveva otto anni, essendo rimasto orfano, lui e i suoi fratelli maggiori dovevano provvedere al mantenimento della propria numerosissima ed articolata famiglia. E questo era il risultato 60 anni dopo, un piccolo omino scuro, panzuto con un baricentro bassissimo da lottatore di sumo, con due polsi dalla circonferenza equatoriale, completamente calvo, naso gigantesco, parlata pesantemente volgare di chi ha vissuto in campagna, di chi ha vissuto la fame, ma anima dolce, generosa, rispettosa, scherzosa, rivelata solo da i due grandi occhi scavati in mezzo al gigantesco naso da cartone animato.
Stavo pensando all’attività fisica che facevo da circa due ore, rimanendo abbassato a 90° sulle viti, alzandomi per buttare i grappoli nella “cartedda”, pensavo che i miei lombari stessero facendo il lavoro di uno scaricatore di porto ubriaco, e che prima o poi avrebbero ceduto, dato che la mia forma maggiore di attività fisica, è lo sbadiglio olimpionico, attività di cui detendo tralaltro il record del mondo. Mi preoccupavo di qualche dolorettino spasmico dei lombari, pensando o meglio sperando, che fosse solo un qualcosa di passeggiero, invece no, dalle 6 di mattina alle 12 soffrì terribilmente di lancinanti coltellate trasversali nella schiena bassa, così lancinanti che quando la mia inclinazione ritornava a 90°, speravo di vedere che qualche cacciatore munito di fucile a pompa, che provando compassione per il mio dolore, avesse deciso a malincuore di abbattermi, per evitare di farmi soffrire…troppo drammatico pensavo, alzando la testa verso gli altri…ero indietro…ma mio nonno aveva rimediato passandomi vicino come un fulmine ed estirpando qualsiasi forma grappoliforme tra me e la fine del “Filaro”. Era l’ora di pranzo, il trattore col bestemmiatore erano scappati verso le 10 pieni zeppi di uva, destinazione cantina sociale. dovevamo pranzare adesso, speravo che mio nonno avesse qualche miracoloso consiglio tramandato da generazione in generazione per evitarmi quella sofferenza alla bassa schiena, ma non ebbi il coraggio di chiedergli nulla.Arrivammo alla macchina prese la pizza, la spezzò la diede a me e disse: “Chista la fini la nonna, pi mia e pi tutti, fati chistu pi manciare e arripigghiarivi” (Questa l’ha fatta la nonna, per me e per tutti, fate questo per mangiare e riposarvi”), credo fosse solo la mia spiccata fantasia a fargli dire quelle parole, ma mio nonno che spezzava il pane in mezzo alle vigne, in un fosso dimenticato da dio, è una scena molto biblica, non trovate?
Mangiammo e bevemmo tutti quanti, ero spalmato a terra sulle dure ed appuntite pietre da vigneto, che mi provocavano un dolore massaggiante, almeno rispetto a quello che sentivo alla schiena, quando, avvertì una strana presenza nell’aria. Sentì l’eco di una bestemmia…il tipico odore di sigarette pesanti “rosse”, ed ecco il padrone di ritorno dalla cantina, parcheggiò il trattore con il carrellone vuoto, scese dall’abitacolo bestemmiò, prese un pacchettino di carta, e bestemmiò che dentro c’era il caffè. Un bicchierino ciascuno. Era come rinascere, sentì la caffeina penetrarmi tutte le cellule celebrali…ero carico. Risalimmo sul trattore e ritornammo in cima alla salita, una altra discesa di due ore in mezzo allo schifosissimo Chardonnay ci aspettava. Passarono in fretta, due ore velocissime, e come cadaveri io e la comitiva ci avviammo alla macchina. Notai che per tutta la giornata non ascoltai nemmeno una parola di quello che dicevano le persone intorno a me, ero nel mio piccolo mondo…Ero stato asociale tutto il giorno, allora provai ad ascoltare, e sentì Bombo e Bonaccione parlare di me con mio nonno: “To Niputi funzionau oggi, M’aspettava peggiu” (tuo nipote ha lavorato bene oggi, pensavo peggio),  mio nonno mi guardò sorridendo e fece un cenno affermativo ai due Giudici, che mi avevano promosso. Avevo voglia di vantarmi avvicinai mio nonno e dissi: “come sono andato?” (come sono andato? (perchè non tadurlo pure??) :D), mio nonno non mi guardò camminava verso la macchina quasi zoppicando e mi rispose: “Si un ti vinia appressu iu, cu la minchia ci la facivi a nesciri di lu filaru” (che significa pressapoco: “Non bene quanto speravo, ma grazie a me hai fatto bella figura”), caddi in depressione farmacologica per circa sei secondi, alla fine dei quali realizzai, che mio nonno mi stava spronando a fare meglio, non voleva offendermi, ne deridermi, voleva che tirassi fuori ancora qualcosina in più. E mi ripromisi di farlo….un giorno o l’altro.

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5 pensieri su “InVinninha

  1. Ti consiglio di utilizzare il ogni tanto e di inserire qualche immagine sapurita all’inizio dell’articolo. Così riesci a far vedere più contentcon meno scrolling…

    Questo racconto mi è sempre piacciuto tanto tanto.

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