L’autobus solitario

Era morbida, era setosa, era…la sua
barba! Rispose la sua piccola vocina di pazzo. Niente da fare,
continuava a torturarla, attorcigliarla, massaggiarla e tirarla.
Tastarla come per capire cosa fosse. Era un modo per rimuovere la
tensione, si rispose – Tu non sei teso! – disse l’altro se stesso,
era vero? Si fece un analisi profonda, l’altro si sbagliava, era
teso, triste e solo. Alzò la testa. 50 posti a sedere, 10 in
piedi, troneggiava il cartello in fondo alla fila, si girò,
esaminò. 50 persone, 50 tra ragazzi, ragazze, uomini di terza
età, donne con bambini, ed un tizio pazzo due posti davanti al
proprio. Tossiva parlando quel tizio, ora rideva, ora piangeva.
Chissà cosa stava sognando. Anche lui era solo. Nessuno
parlava, ogni tanto un fievole squillo di cellulare gli ricordava di
essere realmente su quell’autobus, che lo portava ancora una volta ad
un’altra dura prova. Socchiuse gli occhi e fece finta di dormire, la
ragazza alla sua destra guardò i suoi capelli fuori moda, le
sue mani con le unghie irregolari, e anche la sua barba, anche lei
stava pensando: Ma perchè non la taglia? Era un argomento
ricorrente, e in fondo a lui piaceva sentire parlare della sua barba,
che con tanta indifferenza continuava a crescere sotto il suo naso
appuntito. L’autobus continuava a viaggiare, le curve le conosceva
ormai a memoria. Qualcuno in fondo parlava a telefono per non
sentirsi solo, parlava del tempo, la cosa più stupida del
mondo, degli esami, del sabato trascorso con gli amici. Arrivarono
alla trafficatissima circonvallazione e l’autobus frenò
bruscamente, tutti si alzarono, niente di speciale, l’autista che
canticchiava aveva ripreso la sua corsa. Ad un certo punto, la
ragazza accanto a lui starnutì. Il ragazzo con la barba pensò:
Salute! non fece in tempo a pensarlo che lo sentì uscire dalle
sue labbra nascoste nei baffi. Un sorriso si materializzò
subito dopo nella sua faccia, la ragazza quasi meravigliata lo guardò
attraverso gli occhiali e rispose: -Grazie!- soffocando una risatina
di compiacimento, il pazzo si era svegliato e si accorsero tutti che
era troppo grasso per mettersi il piccolo giubbottino da solo, in tre
lo aiutarono, lui si girò con un sorriso da nonno e si
sedette, continuando a sistemare le innumerevoli borse di cui era
munito. I sorrisi dei ragazzi che in quattro avevano vestito il pazzo
si contagiarono in tutto l’autobus. Cominciò da lì un
sussurro di sottofondo, in cui molti ragazzi che non avevano mai
parlato prima tra di loro, si scambiarono battutine sulla fermata che
si andava avvicinando. Il ragazzo con la barba guardò la sua
compagna di viaggio, era bella, lei sorrise, si girò e vide
ragazzi felici che parlottavano dell’università…Aveva
cominciato lui tutto quello ne era sicuro. E in fondo non era mai
stato da solo, aveva sempre la sua vocina cattiva, che smentì
tutto e gli disse di prepararsi che la fermata era dietro l’angolo.

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8 pensieri su “L’autobus solitario

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