Il comizio

La bottiglia di amaro era quasi finita accanto a lui. Aveva cominciato a bere un mezzo amaro con un cubetto di ghiaccio.

Presto,  era passato all’amaro liscio, senza ghiaccio. Quasi sembrava bevesse petrolio puro.

Infine aveva smesso i mezzi e cominciato i sani, e senza accorgersene la bottiglia era finita.

Continuava a guardare con gli occhi spalancati lo schermo del cellulare.
Buttò giù un altro bicchierino e ricominciò il video dall’inizio.
Era lì, online e per sempre, nessuno avrebbe potuto ritirarlo dalla circolazione.
Era il penultimo comizio della sua lista civica, una delle 4 che concorrevano alle elezioni comunali del suo piccolo comune in Sicilia.
Lui era il candidato sindaco più giovane tra gli altri. Di molto.

Il più vecchio, il sindaco uscente poteva essere suo padre, oppure un giovane nonno. Gli altri avevano in media 20 anni più di lui.
Continuava a pensare al comizio. Mentre, come il video gli ricordava, nei primi 5 minuti tutto era come doveva essere, dopo le parole “lascio quindi il palco ai miei candidati al consiglio…” si versò un’altra abbondante dose di amaro. Per poter sopportare il resto.
“Porca troia…sono terribili” si disse quasi sottovoce.
Poi aggiunse si chiese perché lo stesse facendo e si coprì la faccia con le mani, a nascondere una rabbia infernale.

Aveva passato l’ultima decade da emigrato, all’estero. Aveva vissuto e lavorato in Inghilterra. Messo da parte un gruzzoletto, sfidando quella terribile sensazione di vuoto cosmico che ti sovviene quando ti manca casa, quando ti rendi conto che nel terreno sotto i tuoi piedi non ci sono le tue radici, e che è tutto più difficile lontano dagli affetti, perché un volo Ryanair non può colmare il vuoto lasciato dalla mancanza del sorriso di tua nonna quando vai a trovarla la domenica mattina.

Negli ultimi 10 anni, la malinconia e la “saudade” aveva subito alti e bassi.

In certi momenti era soffocante e lo costringeva a letto, sotto il piumone spesso che si portava dietro dal primo anno all’estero. Che non aveva mai buttato o cambiato in quanto pezzo unico del primo “pacco sopravvivenza” pervenutogli dalla Sicilia. Sotto quel piumone era buio e niente e nessuno avrebbe potuto trovarlo, nemmeno la terribile sensazione di aver abbandonato tutti i suoi cari.

In altri momenti era lieve, come un piccolo rumore bianco di sottofondo, scompariva per giorni e poi si manifestava prepotente quando vedeva un triangolo disegnato da qualche parte. Vuoi un insegna, vuoi un logo di qualche business locale, se il triangolo era nelle giuste proporzioni e puntava verso sinistra, era la fine. Era un segno. Era la sua Sicilia.

Spesso pensava alla forma della Sicilia, la osservava su Google Maps per continuare a vedere lo spazio con prospettiva, e le distanze nella sua mente erano quelle a lui note. Quando leggeva 50 miles nella sua mente si traduceva in “su per giù dal paese a Palermo” e cose così.

Guardare la Sicilia dalla mappa era sempre fonte di ispirazione. Un giorno, quando la saudade aveva toccato un minimo storico, notò come la Sicilia fosse, in realtà, un’enorme freccia. Un’indicazione chiara ed evidente che punta verso fuori, verso l’oceano Atlantico.

La freccia della Sicilia è la direzione da seguire se si vuole vivere bene, fuori dal Mediterraneo, verso altre terre, verso nuovi orizzonti.

Quando la saudade toccava i massimi, invece, le cose si facevano dure.

L’anno corrente era stato duro. Aveva deciso di cambiare lavoro e non ne aveva trovato ancora uno che lo pagasse quanto desiderava. Aveva lasciato la casa, e non riusciva a trovare una degna sostituta.

E come per chiunque, nei momenti duri, le coincidenze sfavorevoli tendevano a fioccare, a raggrupparsi e reiterarsi.

Quindi sapeva per certo di non essere stato proprio lucidissimo, quando decise una volta per tutte di abbandonare la propria carriera, il frutto di anni di integrazione, e la terra che lo aveva adottato a braccia aperte, e di aver scelto di tornare nella terra che gli aveva dato le due cose che si portava sempre dietro. Agli antipodi per valore, la meno costosa delle quali era la rabbia di chi non può cambiare le cose, la più costosa la tristezza dello scoprire che forse non ci si voleva neanche provare a cambiarle.

Anni passati a tornare quattro volte l’anno, poi tre, poi due, poi solo a Natale, lo avevano forgiato nella convinzione che le cose erano impossibili da sistemare. Il marcio era talmente radicato e profondo che niente avrebbe potuto sistemarlo, quindi non bastava che biasimare e biasimarsi per l’andazzo e dimenticarsene.

Ora però, quasi per sfida personale, il dado era tratto, le elezioni erano imminenti, il comizio di chiusura stava per sancire il “cessate il fuoco”.

L’indomani sera sarebbe stata la notte della verità.

Questa sera, ormai, l’amaro era finito e rimaneva solo di andare a dormire.

§

Toccava a lui. Gli applausi scroscianti gli arrivavano ovattati nel suono dei battiti del suo cuore.

Doveva stare tranquillo.

Il tizio aveva appena detto il suo nome, era il suo momento.

Era stato istruito ad arte sui fatti e misfatti del sindaco uscente, non avendo vissuto in paese per anni e anni, non aveva mai avuto bisogno di sapere cosa stesse accadendo. Questi misfatti ora li aveva imbottiti di veleno, gonfiati di populismo, affilati con la sua ben nota retorica.

Era pronto.

Passo avanti. Gli applausi smisero. Silenzio.

Si schiarì la voce. Silenzio.

“Bravoooo!” urlò qualcuno.

Applausi.

“Buonasera miei cari concittadini…” cominciò lui secondo la sua scaletta mentale.

“Bravooooooo!” urlò qualcun’altro.

Applausi. Urla di gioia.

Il tempo si fermò.

Poi accelerò e si fermò di nuovo.

Erano passati 35 anni. Aveva perso le elezioni quell’anno.

Era rimasto in paese, aveva trovato un lavoro e una moglie locale.

Era andato a vivere nella casa che un tempo fu dei suoi. Prendeva il caffè al bar la mattina e leggeva le notizie sull’iPad.

Criticava i giovani senza valori per il resto della mattinata, prima di andarsi ad infilare al circolo, per ingannare la morte giocando a briscola fino ad ora di pranzo, poi di nuovo fino ad ora di cena.

Suo figlio lo chiamava ogni tanto nel pomeriggio, non aveva mai capito come funzionassero questi nuovi telefoni olografici, diavolerie, ai suoi tempi gli smartphone erano più che sufficienti per tenersi in contatto con la gente.

Era felice? Era mai stato felice? Cos’è essere felici?

Che se per caso essere felici fosse l’appartenenza ad un posto, ad un decennio, ad un gruppo di persone, forse non lo era mai stato.

Che differenza fa morire qui ora, dopo aver passato una vita nel posto dove si è nati, aspettando la stessa morte giocando a briscola o finire come quel tizio che vide decine di anni fa sul treno da Manchester?

Quel tizio ubriaco fradicio, settantenne, occhio di vetro, bottiglia di vino aperta e conservata sottosopra nello zaino.

Quel tizio che urlava cercando la rissa perchè il Liverpool aveva perso contro il suo Manchester City. Lo stesso tizio che aprì un pacco di salmone affumicato, freddo come la morte e crudo, preso dallo zaino e cominciò a mangiarlo, seduto al suo posto sul treno che sembrava andare lentissimo, mentre la bottiglia di vino scadente rilasciava il suo contenuto sullo zaino e poi sul pavimento.

Quello era stato il momento in cui aveva deciso di non volerci morire là, in Inghilterra.

In quel momento aveva deciso di morire giocando a briscola al circolo, sperando che le cose non cambiassero, in modo tale che avesse un motivo valido per lamentarsi al bar con gli amici. Continuando a fischiare alle belle ragazze, anche se ormai erano anni che non gli tirava più. Diventando il vecchio porco che ogni siciliano è destinato a diventare. Rispettando il corso evolutivo, che è passare dal debosciato ignorante al giovane adulto che si lamenta per la mancanza di lavoro incolpando la politica, al marito geloso e per finire a fare il vecchio maniaco che si lamenta del matrimonio e va al circolo.

Era di nuovo sul palco, al comizio di chiusura. I trentacinque anni erano passati solo nella sua testa.

Decise di cambiare il suo discorso, in corso d’opera.

Strappò gli appunti.

“Bravooooo!” urlò il primo qualcuno.

“Cari concittadini, non cambiate mai….” disse “… vi prego… Non cambiate mai!”.

E perse le elezioni.

 

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Pugno in faccia

Continuava a fare finta di essere interessato, quando in realtà non vedeva l’ora di tornare nella stanza che avevano affittato, scolarsi 5 birre e guardare, ubriaco, un film stupido.

Però in fondo sapeva che qualcosa stava per succedere. Il suo acutissimo sesto senso per l’imprevedibile era sull’attenti.

Un buon 90% delle volte, però, aveva dovuto ammettere a se stesso che era tutto puro frutto della propria immaginazione. Immaginazione, che nel contesto in questione era un modo più elegante e meno patologico per non dire paranoia.

“…Io ne ho visti almeno tre…” disse uno “…Tu? Due?” disse l’altra. Sorrise al primo anche se non aveva assolutamente idea di cosa stessero parlando, quindi si girò a guardare le case che scorrevano alla sua sinistra, per evitare il contatto visivo, che avrebbe portato ad un eventuale trascinamento nella discussione.

Continuarono a camminare tutti e quattro. Mentre lui continuava ad ammirare il nulla sulla sinistra.

Scendendo questo piccolo viottolo asfaltato che conduceva al mare, venne colpito prepotentemente in pieno volto.

Non cadde a terra, rantolando dolorante nella rada sabbia che si era depositata dopo una lunga primavera ventosa, rimase in piedi a fissare l’origine di quel colpo.

Sul muretto del giardino esterno di una piccola casupola, che svettava alla destra nel viottolo che avevano imboccato, 50 metri più in su, c’era una ragazzina di 5-6 anni.

Indossava un paio di stivali da gomma gialli evidenziatore, un vestitino bianco candido tipo tutù, un paio di ali di plastica attaccate alla meno peggio e aveva dei lunghi capelli lisci e blu, che per buona parte le coprivano le piccole orecchie a sventola.

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Mario e l’eutanasia

Semu ricchi e unni lu sapi nuddo
(Ci ritroviamo ad essere facoltosi e nessuno ne è a conoscenza)

proverbio Siculo

Enter the Mario

Vivo, da sempre, in lotta costante tra un’amore sbagliato e un odio profondo.

Forse dire “da sempre” non è corretto, forse è meglio dire “da quando riesco a ricordare”.

Da quando riesco a ricordare, ho una serie di sentimenti contrastanti verso il mio paese, verso la mia nazione e verso i miei compatrioti. Per il 85.7% della mia vita, avendoci vissuto, in Italia, era più che altro un fastidio latente, non imputabile a nessuno, ma c’era, costante e fastidioso.

Nel restante periodo (~ 14.3%) della mia vita, ho vissuto e sto vivendo all’estero. E dal secondo giorno di residenza, ho capito qual’era la fonte del fastidio, la radice di tutto il mio malessere.

L’attitudine di noi italiani come popolo nei riguardi della vita di tutti i giorni.

Non che non lo sapessi, prima, qual era il problema, solo osservarlo dall’esterno, da lontano, tutto è apparso più chiaro.

Non posso vantare di essere un sociologo e roba simile, ma ho provato ad osservare i fatti e a trarre le mie personalissime ipotesi e analisi, probabilmente completamente errate, ma vale la pena presentarle ugualmente, quantomeno per estrarle dal mio cervello e vederle nero su bianco, in modo da non rimuginarci più.

Frutto di queste analisi è una figura: l’italiano, al quale farò riferimento come Mario Rossi, come astrazione in media di un individuo nato e cresciuto in Italia.

Una vita da Mario

mario

Mario Rossi, è nato in media in una paese tra la Toscana e il Lazio. In media ha un diploma. E conosce l’italiano, il suo dialetto locale e un po’ di Inglese a livello scolastico (The pen is on the tableaux).

Politicamente, Mario è un indeciso, non vota per appartenenza ideologica, ma vota per chi ritiene più vicino alle sue idee. Ha votato Berlusconi nel 94, poi se ne è pentito e ha votato PDS-DS nel 96, e di nuovo Forza Italia nel 2001, poi L’Ulivo nel 2006, poi forse ha smesso.

Mario, avendo circa 40 anni, ha visto l’Italia declinare dalla fine degli anni 80 ad oggi, ed è arrabbiato, perché è tutta colpa dei politici, che hanno solo pensato a rubare alle sue spalle, e si sente assolutamente impotente e ha deciso che votare non ha più senso, nemmeno televotare per Sanremo, dato che alla fine in media è già rappresentato dagli altri.

Mario, da buon italiano medio, non paga le tasse, o meglio le paga, ma non tutte, cercando di bypassare il sistema, con l’aiuto dei consigli commercialista, paga solo il dovuto per non essere indagato dalla guardia di finanza, e dato che lo fanno tutti non avrebbe senso pagare per chi non paga.

Mario ha in media 1.34 figli, diciamo 1 (per evitare di immaginare scene macabre di 17 50esimi di italiano andare in giro), e questo figlio ha in media 23 anni ed è disoccupato, pur avendo conseguito una laurea triennale in Economia, dato che ormai tutti si laureano, sarebbe stato penalizzante non laurearsi. (Non trovo dati significativi per questo, ma ho bisogno di un figlio laureato per continuare, quindi da qui in poi non parliamo di media, ma di fantascienza)

Mario ha cercato di aiutare suo figlio, è sempre suo figlio, e in media lo continuerà a mantenere fino ai 30 anni. Suo figlio ha lavorato in qualche azienda che sfrutta i neo laureati, poi ha provato a creare il suo business, ma è stato divorato dalle tasse e già in fase di progettazione ha dovuto mentalmente dichiarare bancarotta. Lo stesso figlio, ha provato diversi concorsi pubblici, dato che lo fanno tutti le speranze sono scarse, ma tanto vale provare.

Mario ha cercato di trovare una raccomandazione per suo figlio, perché, dato che lo fanno tutti, suo figlio sarebbe penalizzato se non lo facesse. E ancora niente è successo. Mario è incastrato in una situazione di stallo, si sente intrappolato e si rifugia su internet e sui programmi TV.

(da qui in poi è super-fantascienza, worst-case-scenario)

Mario legge che un tempo tutto era migliore, non crede che durante il tempo del Fascismo si dormisse effettivamente con le porte aperte, anche se con tutta probabilità i treni arrivavano in orario, ma pensa che 30 anni fa, si viveva meglio. Tutti lavoravano, si stava bene e non si viveva nella paura e ne terrore come oggi.

Mario legge che è colpa dei profughi, che vengono in Italia perchè disperati, ma che essendo disperati, automaticamente diventano un pericolo, in fondo anche se arrivassero a delinquere al massimo li portano in carcere dove hanno vitto e alloggio.

Mario vede che nessuno fa niente per il problema migrazione in Europa, tutti si girano dall’altra parte, soprattutto i tedeschi, che vengono in Italia solo per le nostre spiagge, in media, con i loro calzini tedeschi nei loro sandali tedeschi.

Mario pensa che ci sia un’invasione, Mario non ha mai letto niente di Daniel Kahneman, che gli suggerisce di essere cieco alla sua cecità, Mario non pensa nemmeno per un secondo che le notizie in genere, riportano eccezioni, non regole e che, soprattutto quelle online, essendo un business con tanto di dipartimento di Marketing dietro, vendono di più quando più shockanti sono.

Non farà mai notizia “Mario di 40 anni ha il suo 17/50 di figlio a 32 anni”, perchè è una non notizia.

Mario legge dati parziali di sbarchi e di emigrazione, Mario ascolta teste di minchia populiste parlare di piani di sostituzione demografica. Mario sa chi voterà alle prossime elezioni, perchè si deve fermare l’invasione, perchè nessuno può dire a Mario che la sua pasta un giorno verrà rimpiazzata dal kebab, che la sua chiesa verrà sostituita da una moschea, perchè un tempo tutto era meraviglioso e oggi tutto fa schifo ed è colpa di tutti questi che se ne fregano e dei politici che rubano. E dato che tutti se ne fregano, Mario ha deciso anche lui di fregarsene e di pensare a se stesso, al bene della sua famiglia.

REPVBBLICA FONDATA SVL SOTTERFVGIVO

Mario, come me, come te (se sei italiano), ha un minuscolo, ma terribile difetto, vi do un indizio visivo:

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Scorciatoie, noi viviamo di scorciatoie, di ponti, di roba sottobanco, di occhiolini di intesa, di indici che puntano verso l’alto portati al naso e davanti alla bocca.

Ovviamente non siamo l’unica nazione o gli unici esseri umani che lo fanno, è nella nostra natura cercare di renderci la vita più facile, questo è alla base di ogni forma di progresso. Il problema di fondo non è la scorciatoia o la ricerca della scorciatoia per se, il problema di fondo è l’insofferenza e l’omertà con le quali tutti viviamo nei confronti della stessa scorciatoia. Invece di criticare, riportare o rimproverare chi prova a scorciare il percorso, tendiamo sempre, invece a farci gli affari nostri, perchè un giorno potremmo essere noi ad usare quella scorciatoia per il semplice motivo che condiziona la vita di Mario Rossi, la più geniale delle scuse “…tanto lo fanno tutti…”, qualora lui non lo facesse sarebbe penalizzato. Il non voler giudicare gli altri in quanto potresti essere giudicato a tua volta, il sapere di potersi giustificare con un “se arresti me devi arrestarci tutti” o il puntare le dita verso altri che hanno preso la scorciatoia e l’hanno passata liscia.

Tanto basta per rovinarci, il problema dell’Italia non sono i migranti, non è il rating, non è l’euro, non Renzi, non Grillo, non Salvini, non i politici, non la scuola, non l’istruzione e non i campi rom.

Il problema dell’Italia, il fatto per il quale siamo un popolo al baratro, senza lavoro e senza un futuro è uno solo, Mario Rossi.

Puntiamo tutti le dita verso questo fantomatico italiano medio, questa astrazione, questa entità mistica intangibile, è sempre colpa sua. Facendo così, da bravi italiani, stiamo puntando il dito verso chi l’ha passata liscia, Mario, dimenticandoci che non esiste, che tutti noi, nessuno escluso, per un sessantamilionesimo, abbiamo contribuito a creare questo mostro, che si nutre di sotterfugi e che si giustifica con il “mal comune mezzo gaudio”.

Ma noi ci abbiamo la pizza

Vivere all’estero è bello ma brutto. (Ho vissuto 2 anni e mezzo a Malta e 1 in Inghilterra ad oggi – Aprile 2017)

È bello perché: Puoi vivere senza sotterfugi, senza raccomandazioni, sperimentare la meritocrazia e vedere gli effetti su una nazione, quando la gente che ci vive agisce come collettività e paga le tasse.

È brutto perché: Ti manca la famiglia, ti manca il caffè al bar, qualcuno torna in italia perché non ci sono i bidet (fatti una doccia per dio), esistono gli Italiani che vivono all’estero.

L’italiano che vive all’estero, me compreso, vive in uno stato crisi interiore, altalenando tra un rifiuto mentale di contravvenire alle proprie tradizioni e un’accettazione profonda che in fondo in fondo, chi cazzo se ne fotte se uno mangia le Lasagne con il Cheddar.

L’italiano all’estero cerca il legame con la sua terra, con i suoi ricordi, con i suoi sapori e i suoi odori, ma non può farlo perché è all’estero.

I caffè faranno schifo, le lasagne saranno con il Cheddar, le arancine saranno con il riso scotto e la pasta andrà scelta tra farfalle, fusilli e penne.

Non si scappa.

Come piccolo premio di consolazione l’italiano avrà a disposizione: La possibilità di una carriera, la possibilità di una vita, il sentirsi parte di una comunità che lavora assieme per il bene comune e la terribile malinconia e delusione del rendersi conto che basterebbe davvero poco per applicare tutto questo nel proprio paese, basterebbe solo far cambiare idea a Mario Rossi, fargli capire che, se lui mangia 2 polli e io nessuno, in media ne abbiamo mangiato uno ciascuno ma io ho ancora fame. Ma sopratutto fargli tatuare nel cervello che “mal comune mezzo gaudio” è una stronzata.

Come si fa a far cambiare Mario?

In Inghilterra hanno leggi severissime, se sbagli paghi, caro. L’evasione fiscale è bassa e di conseguenza la pressione fiscale è più bassa in percentuale, certo il costo della vita è più alto, ma anche gli stipendi lo sono.

A Malta, noto paradiso fiscale dove, le betting company e altre società che vivono sulle debolezze della gente, mettono radici la pressione fiscale è bassissima, e anche se l’evasione è più elevata è più facile da controllare e perseguire in quanto si agisce pur sempre in uno spazio ristretto (isola), facile da controllare.

Quindi come si fa a far cambiare Mario? Si aumentano le pene? Si delocalizzano i controlli (divide et impera)?

Io personalmente sarei più predisposto per un meccanismo basato sui premi. Se sei un virtuoso, paghi meno tasse.

Ma in Italia non funzionerebbe, si troverebbe il modo per cavillare e per far ottenere, tramite ricorso al TAR del Lazio, un premio a tutti.

La soluzione è semplice e ci sono arrivato dopo un anno di rabbia e contrattazione e depressione.

Eutanasia

Dopo aver sperimentato l’accettazione, come quinta fase del lutto, la soluzione ti si presenta chiara, anzi cristallina.

Un giorno, mentre ero a Londra per il weekend, sono andato a vedere, come ho fatto le altre tre volte che ci sono stato la National Gallery a Trafalgar Square.

Mentre passeggiavo tra i dipinti mi sono accorto della presenza di tantissimi dipinti di pittori Italiani.

Una percentuale altissima, tanto che, secondo me, il pittore medio della National Gallery di Londra si chiama Mario Rossi.

Passeggiando per il centro invece ti accorgi che ogni 50 metri c’è un ristorante italiano, e lo stesso a Malta.

Ora non voglio sminuire e nemmeno fare un paragone tra i pittori, scultori, poeti e scienziati del rinascimento italiano, con i cuochi di Masterchef Italia. Solo che siamo un popolo che ha perso la cultura, e la creatività di cui potevamo vantarci e l’abbiamo barattata con il nazismo del cibo.

Aprite la pagina Tasty su Facebook e notate, ogni qual volta usurpano la pasta il 90% dei commenti sono italiani che perdono quei 15 minuti della loro vita per insultare in italiano qualcuno che dall’altra parte del mondo crea contenuti virali.

Guardate i video delle Iene che intervistano i familiari di mafiosi indagati in Sicilia che preferiscono negare l’evidenza e gridare al complotto piuttosto che affermare di essere nel torto.

Guardate il video delle Iene dove in Sicilia ci sono 60 custodi per 100 metri quadri di museo senza visitatori.

Guardate la questione di Uber, dove si ricorre a cavilli per arrestare il progresso.

L’indignazione verso Dijsselbloem per le sue dichiarazioni sul sud d’Europa (tra le altre cose vere, anche se interpretate male).

Ascoltate PIF urlare verso Crocetta in diretta streaming su Facebook, Crocetta che fa lo scarica barile e che non sa che ci sono fondi europei che non usiamo.

E in generale osservate la sezione commenti di una testata nazionale.

Converrete anche voi che è tutto finito.

L’Italia è una nave che affonda, un malato terminale, e purtroppo nessuno di noi se ne è accorto, o meglio chi se ne è accorto non ha fatto nulla.

Spesso mi sento come Schettino, ho abbandonato la nave e ho tutti i sintomi della Sindrome del Sopravvissuto, ma poi mi ricordo che io come individuo di questo pianeta ho diritto alla felicità e che per ottenerla ho a disposizione il mio cervello e quindi sono felice.

Voglio solo premere un cuscino sulla faccia di Mario Rossi e lasciarlo morire prima, per farlo smettere di soffrire, perché tanto non ci riprenderemo più.

cuscino

Ed è giusto che sia così, tutte le grandi civiltà (Egitto, Grecia… ) hanno un picco e un declino, il nostro è adesso ed è stato bello finché è durato, ormai non siamo più i Galileo e i Leonardo Da Vinci, o i Pirandello e gli Enrico Fermi. Ormai siamo quelli che aprono ristoranti, quelli che sanno come si fa la pasta e dove si può trovare un buon caffè.

Post mortem

Spero di sbagliarmi. Così che un giorno io possa tornare e vivere bene sentendomi a casa in un posto dove il mio caffè del bar sarà sempre buono.

L’odore giallo della senape

A volte il tormento dei ricordi è tangibile.

Letteralmente.

Posso, tastando nella nebbia confusa delle cose, toccare cosa ricordo.

Sento l’odore di quando da piccolo sbattevo la testa cadendo. Amaro e pungente. Ricordo quasi distintamente il sapore delle cadute. Tutte le volte che sono caduto. Cadevo spesso. E non ho mai smesso.

Il rumore dell’erba, affogata nella brina di un piccolo prato nelle montagne, sotto i piccoli passi della versione di me alta 50 cm si confonde con il gusto del grano nel quale mi nascondevo per le scampagnate del 25 aprile. L’odore di terra e la finta paura dell’essere scoperti. L’adrenalina che pompa il sangue a tutta potenza nelle vene, soprattutto quando scopri che è peggio di quello che pensavi, e adesso hai paura per davvero. Chiudo gli occhi e sono lì e la sento. La paura di essermi perso. La paura di non poter trovare la strada verso i limiti del campo di grano. La paura di tornare verso casa perchè in fondo il rumore dell’erba è un suono piacevole.

Mi pizzica la nuca quando faccio qualcosa di sbagliato. Un dolore alla schiena mi dice che non sto facendo la cosa giusta. I brividi di una mattina di tanti anni fa mi colgono di sorpresa oggi. Ero a Palermo. Avevo 18 anni. Ero fuori da un bar. Lo sono ancora se chiudo gli occhi. Ho il gusto del caffè tra le labbra. Prendo un pacchetto di Camel Blu da 10 che ho appena comprato. Fumo. Non devo fumare. Tutto è sbagliato. L’odore dello smog del centro di Palermo si confonde con il gusto del caffè e della sigaretta. Sono in via Cavour. Sono le 9. Sono qui per altro. Ho i brividi. Continue reading “L’odore giallo della senape”

Giorno 1

Giorno 1

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Forse me la sono cercata. Senza forse. Me la sono cercata.

Oggi è il primo giorno. E forse non avrò la forza di affrontare quanto mi si para davanti.

Una volta qualcuno disse “Non si scala una montagna guardando la cima, si scala a testa bassa facendo attenzione a dove si mettono i piedi”.

Che citazione di merda. Le citazioni devono essere concise per essere efficaci. Riproviamoci.

“Se vuoi scalare la montagna guarda ai tuoi passi”.

“Ai tuoi passi” suona come “a quello che hai fatto fino ad ora”… forse è meglio dire “i tuoi passi”.

“Se vuoi scalare la montagna, guarda solo i tuoi passi”

No, fa schifo.

“Non si guarda mai l’orologio mentre si lavora, altrimenti il tempo non passa mai” diceva sempre mio nonno durante la vendemmia, forse questo è più conciso.

Mio nonno è sempre conciso. Che personaggio.

Comunque sia non lo so, davvero non ho idea di dove prenderò la forza per fare quello che mi sto costringendo a fare.

Costringendo non è una bella parola, ma è quella che è uscita.

Mi piacerebbe arrivare al giorno 50, e poi al 150 per vedere se sono ancora io. Se il me di quel giorno è ancora il me che conosco o se già è diventato il me che voglio essere.

Questa volta sarà facile, ho cominciato tante altre volte e non sono mai arrivato a conoscere il me del giorno 150.

Ovvero si, ma non era il me che pensavo avrei trovato.

Pensandoci bene anche oggi sono il me del giorno 150 di un altro me 150 giorni fa.

Sono come pensavo sarei stato?

150 giorni fa non era un giorno speciale come oggi però. Oggi è davvero il giorno 1. Da oggi ho deciso che guardo i piedi e non la cima.

Da oggi non guardo l’orologio se non ho finito di lavorare.

Solo quello mi ha fottuto in passato. La cima fa paura quando i tuoi piedi sono riposati in fondo alla valle e guardi in alto.

Quando cominci a lavorare e vuoi che le lancette corrano come il vento. E più guardi l’orologio e più lui rallenta impercettibilmente.

Oggi no.

Non ho orologi oggi. E la mia testa è incollata ai miei piedi.

Nessuno potrà fermarmi.

Giorno 6

Ci hanno provato a staccarmi la testa dai piedi. Non ha funzionato. E nessun orologio è entrato nel mio campo visivo.

Io sono un duro.

Non mi avrete mai.

 

Giorno 7

Non ho bisogno della pietà di chi mi vede qui a non guardare la cima. So esattamente dove sto andando.

Tengo duro.

Non mi avrete mai.

 

Giorno 18

Ho sbagliato. La cima mi ha distratto e ho dovuto guardare. Mancava troppo ancora.

Non ce la farò mai.

 

Giorno 378

Ho trovato questi appunti oggi. Sono passati 378 giorni dal giorno 1.

Non sono sulla vetta della montagna. Ho smesso di guardare i piedi e di non cercare di recuperare il tempo.

Volevo scrivermi.

Sei uguale a quello del giorno 1 in fondo. Sei tu ma non sei tu. Il segreto della felicità non è la montagna.

Ricordatelo sempre.

La felicità non è nemmeno il guardare i piedi e dimenticarsi del cammino.

La felicità è la sensazione che provi quando ogni giorno in più riesci a trovare il tempo e la gioia di progettare cosa farai e come sarai nel giorno 150.

La felicità può essere domani perchè in fondo oggi è, e sempre sarà, il giorno 1 di qualsiasi cosa tu voglia.

Spegneteci il router

Un paio di giorni fa, attratto dal milionesimo titolo tipo clickbait finisco per leggere questo articolo:

stha

Che si riassume pressapoco in “siamo fottuti… guerra nucleare… riscaldamento globale… ci rimangono 1000 anni”. Insomma le solite robe catastrofiche che uno può arrivare a leggere ovunque, così tanto per tirarsi su il morale durante una fredda giornata di Novembre.

La cosa che mi ha stupito, però, è stata la mia reazione alla notizia. Per un secondo nel mio cervello è passata con effetto marquee in voga nei siti degli anni 90 la frase:

Menomale, speriamo che arrivi anche prima questa benedetta fine del mondo.

Mi sono meravigliato non poco, chi mi conosce sa che io e il cinismo andiamo a braccetto e certe volte ci scopiamo a vicenda, però davvero non mi aspettavo di arrivare a pensare una cosa del genere. Che poi davvero la penso? Questa domanda mi ha spinto ad effettuare un’analisi approfondita dei miei pensieri più profondi, e credo di essere riuscito a capire il perchè.

L’ignoranza. L’ignoranza mi ha sempre disgustato, fin da bambino, fin da quando ho memoria. Ho sempre chiesto “perchè” e “come mai”, ho sempre cercato di capire come funzionano le cose, mi sono sempre posto verso ogni argomento cercando di liberare il mio cervello da ogni preconcetto (spesso fallendo, ma almeno ci ho provato), e ho sempre letto e cercato di vedere attraverso tutti i punti di vista, prima di capire cosa pensavo soggettivamente di un qualsiasi argomento, e poi cercare di astrarre e oggettivare il più possibile dallo stesso, in modo tale da non fare sublimare la mia interpretazione in falsa oggettività.

Ovviamente, essendo per lo più un essere umano, ho sbagliato ad interpretare, e ne sono fiero. Ho riconsiderato la mia posizione, come dice un noto filosofo “solo gli imbecilli non cambiano idea”.

L’ignoranza, come stavo dicendo prima di tuffarmi in un disclaimer più o meno sottile sull’oggettività delle mie opinioni, l’ignoranza è la ragione della mia reazione a quella lettura.

Non solo mi disgusta, ma mi spaventa, tanto.

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