Incà como – viaggio in Perù episodio III

Leggi la settimana 1.

Leggi la parte 2.

Intro

Nell’estate del 2002, alla veneranda età di 14 anni, diedi il mio primo bacio. La settimana dopo il secondo e il terzo, vidi il primo paio di tette a distanza ravvicinata e provai l’ebbrezza di bere birra illegalmente e fumare i filamenti delle banane essiccati, perché qualcuno mi disse che ti facevano sballare (fake news).

Quell’estate lasciai il mio paesino per andare in gita a Northampton con l’INPDAP, fu una delle più belle esperienze della mia vita.

Qualche centinaio di adolescenti italiani, dai 13 ai 16 anni, assieme in un campus universitario in Inghilterra per imparare la lingua e vivere lontano da casa, per due settimane. Ormoni, Tette, Birra, Parolacce. Spettacolare.

Avevo una paura fottuta, essendo un nerd introverso e insicuro, bullizzato da un pugno di rincoglioniti che ora sono dei morti di fame disoccupati senza futuro, avevo pochissima fiducia in me stesso.

Qualche mese prima della partenza eravamo, con la mia famiglia, in un negozio (che oggi non esiste più), che vendeva arredamento da giardino, a Castelvetrano (TP). In una ciotola svuota tasche su un tavolino vicino alla cassa erano state riversate centinaia di ciottoli di vetro colorati, rotondeggianti e del raggio di qualche centimetro, erano tutti sul bluastro, tranne una, che era verde.

Non so per quale oscuro motivo, ma fui costretto da un impulso primordiale a prenderla per salvarla dal resto e mettermela subito in tasca.

Non so se vale come furto, ormai spero sia in prescrizione, ma decisi che quella pietra sarebbe stata il mio portafortuna.

Sapendo benissimo che fosse effetto placebo, ero convinto però che grazie a quella pietruzza verde, la mia estate era stata così spettacolare e per evitare di rompere l’incantesimo l’ho portata con me in tutti i miei viaggi e avventure da quel giorno in poi. Era con me agli esami di Maturità, era con me all’università nella maggior parte degli esami, era con me a Malta, ed è con me da quando mi sono trasferito in Inghilterra.

13 ottobre – Machu Picchu e la pietra verde

Mi svegliai alle 3:45. Avevamo chiuso le valigie la notte prima, sapendo di dover lasciare i bagagli all’ostello. Dopo un doccia rinvigorente facemmo una “colazione” a base di caffè solubile e succo di frutta e, dopo aver lasciato gli zaini giganti con la receptionist mezza addormentata, uscimmo alle 4:30, come ci era stato consigliato dalla stessa. Controllai con attenzione e precisione che il contenuto del taschino superiore del mio zaino fosse ancora lì per un’ultima volta.

Il nostro biglietto del bus per Machu Picchu era alle 5:30 e il biglietto per l’entrata indicava le 6:00.

Perchè così presto? Perchè Machu Picchu è uno dei posti più visitati al mondo, e si può entrare solo un centinaio di turisti alla volta per un paio d’ore, per evitare di danneggiare strutturalmente il sito, inoltre più tardi ci vai più gente c’è intorno e ovviamente nelle tue foto, per sempre.

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Incà como – viaggio in Perù parte 2

Leggi la settimana 1.

So bene che dal 5 al 10 Ottobre non c’è una settimana, ma comunque sia me ne strafotto e la chiamo così ugualmente, invece chiamo questo post parte 2, giusto perchè fanculo agli standard.

11 ottobre – Cusco e il mal d’altura

Mi svegliai alle 3:30 con il serbatoio pieno, mi alzai di soprassalto per andare in bagno, che anche se era privato e riservato alla nostra stanza, la 402 per dovere di cronaca, era fuori in fondo al corridoio.

Dopo 3 passi mi accorsi che stavo per perdere coscienza, il mio campo visivo cominciò ad oscurarsi e il mio cuore prese a battere fortissimo. Il mio respiro si fece affannato, erano arrivati di botto, tutti assieme i sintomi del mal di altura.

Decisi che dovevo calmarmi, e presi a controllare il respiro, subito dopo aver usato il bagno la vista prese ad oscurarsi di nuovo, camminai velocemente e mi misi a letto, alzando le gambe, mi sentì meglio dopo un paio di minuti e sprofondai in un sonno confuso, pensando alla colazione che mi sarebbe aspettata l’indomani, decantata in maniera meravigliosa da decine di recensioni su booking.com.

Alle 7 mi svegliai di nuovo, la mia ragazza stava male invece, quanto me il giorno prima ma con un mal di testa da post sbornia di contorno, quindi decise di rimanere a letto per un altro po’.

Aprì le tendine e vidi quanto fosse bella Cusco di mattina.

Scesi fregandomi le mani pensando alla colazione, con delle recensioni tipo queste che mi rimbombavano in mente:

La struttura è molto bella, il ragazzo che c’era alla reception molto gentile. La colazione è ottima.

The staff were really friendly and helpful. The views are great with the mountain view room. Breakfast was pretty nice!

Perfect location The breakfast was good (avocado, cheese, …) The team was very helpful.

Very friendly staff, a sunny garden and a very good breakfast! They even gave us a lunch package when we went on as tour!

Arrivato nella stanza adibita a sala da colazione, in un misero tavolino vi erano 4 pezzi di pane raffermo, due fettine di anguria grigiastra, una caraffa di liquido bianco che pensai fosse latte, delle fettine di burro in un piattino, un barattolo di marmellata, delle fettine di prosciutto di animale sconosciuto e del caffè solubile.

La mia delusione fu enorme e il resto della mia giornata rovinato, soprattutto quando ancora mezzo addormentato, mi accorsi che il liquido bianco che stavo versando nella tazza di caffè solubile era yogurt.

Ma stanco com’ero provai ad assaggiarlo ugualmente. Disgustoso quanto immaginavo, acchiappai altre 20 foglie di coca, le divisi in due tazze, versai l’acqua calda e tornai nella stanza.

Alle 11 ci sentimmo un po’ meglio, quindi decidemmo di uscire, subito dopo aver lasciato 5kg di vestiti sporchi alla reception dell’hotel, dove provai di nuovo la sensazione che fosse l’ultima volta che li avrei visti. Affamati come eravamo cercammo e trovammo un posto che faceva un brunch continentale.

Assaggiai così la salsiccia di Alpaca.

Che ha un gusto a metà tra la carne di cavallo e l’agnello.

Continuammo la passeggiata del pomeriggio verso Plaza de Armas, ma prima incontrammo il famoso muro antico costruito con tecniche Inca, in modo tale che tra i mattoni non vi fosse alcuno spazio e quindi non fosse necessaria alcuna malta o cemento.

Plaza de Armas invece era bellissima ma rovinata da decide di ragazzi e ragazze che ti fermano ogni due secondi chiedendoti se vuoi:

  1. Provare del cioccolato.
  2. Comprare un quadro da loro disegnato.
  3. Andare da loro per un massaggio “MASAJES??? MASSAGES?”
  4. Prenotare un tour per Machu Picchu.
  5. Prenotare un tour per le Nazca Lines.
  6. Prenotare al loro ristorante.
  7. Farti una foto con il loro cucciolo di Lama.

Questo rovina un po’ l’atmosfera, sopratutto se non stai benissimo per via della carenza di ossigeno, ma la vista è bellissima.

Spendemmo il pomeriggio in giro per chiese e musei, passeggiando per acclimatarci alla carenza di ossigeno e verso le 7 decidemmo che era ora di cena.

Ci avventurammo verso questo posticino intorno a Plaza de Armas e provai una specie di stirfry-veg rice con maiale, che sapeva tantissimo di un piatto cinese.

Stanchi morti, dopo cena decidemmo di tornare in stanza, ma prima volevamo delle informazioni sul come e dove prendere il treno l’indomani.

Avevamo in progetto, infatti, di partire presto, dato che alle 9 dovevamo essere a 80km di distanza, in un posto che si chiama Ollantaytambo, da dove avremmo preso un treno di un ora e mezza per arrivare ad Aguas Calientes/Machu Picchu Pueblo, piccolo paesino dove si prende il bus per andare a vedere, appunto, Machu Picchu.

Fecimo un po’ di fila nella biglietteria dei treni, dove incontrammo questi due tizi Israeliani, una coppia che stava cercando lo stesso tipo di informazioni. Unica differenza, a parte il fatto che io ero molto più figo e intelligente di lui, era che noi avevamo prenotato i biglietti a maggio, questo ci permise di avere un viaggio molto più comodo.

Ottenemmo le informazioni delle quali avevamo bisogno, avremmo dovuto prendere un taxi per una via chiamata Pavito, e cercare un Taxi Collettivo per Ollantaytambo, sperando di arrivare in orario per il nostro treno. Un incubo.

Tornammo in hotel dove i vestiti puliti e stirati erano lì ad aspettarci, per fortuna nessuno aveva rubato i miei jeans, mutande e calzini (alcuni dei quali ancora pieni di sabbia di Huacachina).

Ci sparammo un film a caso che fu “I pinguini di Mr Popper”, un film così idiota che mi fece dimenticare di quanto sarebbe stato complesso l’indomani arrivare al treno in orario. Preparammo le valigie, e ci addormentammo, sveglia puntata alle 6.

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Incà como – viaggio in Perù settimana 1

Da piccolo mi sparavo a ripetizione un documentario della Disney dal nome “Saludos amigos“. In questo documentario dei disegnatori e lo stesso Walt Disney andavano in giro in sud America per cercare ispirazione per nuovi cartoni animati.

L’episodio che parlava del Perù, specialmente del lago Titicaca mi aveva sempre affascinato e la musichetta di sottofondo mi è rimasta incastonata nel cervello fin da allora.

Circa 25 anni dopo, quella musichetta mi è tornata a svolazzare per il cervello dopo che giorno 29 gennaio 2019, abbiamo deciso di prenotare due voli andata e ritorno per Lima, Perù.

Ho deciso fin da subito e mi sono ripromesso di non cadere nel cazzo di cliché dei giorni nostri dove chiunque faccia un qualsiasi spostamento, deve documentarlo su instagram e sui social. Odio i travel blogger improvvisati quasi più di quanto odio le fashion blogger.

Ho deciso però, soprattutto per mio personale diletto, di scrivere degli appunti del viaggio, in modo tale da poter ricordare tutti quegli stupidi dettagli che altrimenti andranno persi per sempre.

Comincio quindi dalla prima settimana.

05 ottobre – da Casa a Gatwick

Scendendo la strada tra i monti nebbiosi e umidi, un ragazzo vestito di rosa, reduce da una sessione di jogging, ballava indossando delle cuffiette, sul marciapiede di una strada a scorrimento veloce tra Halifax e Leeds, mentre una pioggerellina sottile cadeva piano.

Sono sicuro di aver capito che quello era il segnale dell’universo, che cercava di dirmi di rilassarmi che ormai, dopo 10 mesi di attesa, era finalmente l’inizio della vacanza.

Sul treno da St Pancras a Gatwick una signora anziana quasi completamente calva salì alla fermata London Bridge Station, che non è la Tower of London. Teneva in mano dei fogli con su scritti gli orari dei treni, nessuno smartphone. Sembrava confusa e quasi spaesata. I tempi cambiano e non aspettano nessuno, sono sicuro che anche io sembrerò spaesato e confuso agli occhi di chi viaggia regolarmente su voli internazionali. Il ristorante italiano di Zeno, a Horley, 10 minuti di macchina dal Terminal S di Gatwick, fu la scelta per la nostra ultima cena. Come nei polizieschi scontati, incontrammo ancge qui le tipiche figure del cameriere cattivo e quello buono, mi hanno negato l’amaro del capo, facendo finta di non averne.

Era un mediocre ristorante Italiano in Inghilterra tutti uguali, pieni di aglio e pasta con il pollo, il manager era mediocre e scontato nell’odio provato verso gli inglesi nel dire “questo parla italiano, non giapponese”, “porta il conto alle due streghe del tavolo 8”. In vita mia sono stato sicuro di tante scelte, alla lista va aggiunta quella che feci in quel ristorante premendo NO sul POS, quando mi venne chiesto se volevo aggiungere una mancia.

06 ottobre – da Gatwick a Lima

Ci svegliamo alle 6, super elettrizzati per il viaggio, e dato che il volo era a mezzogiorno, abbiamo passato un oretta buona guardando la TV. Tempo ben speso ridendo agli infomercial.

Di preciso, un tapis roulant chiamato iwalk, seguito da un materasso gonfiabile presentatodda un sedicente attore e celebrità Dean Williams, che non esce nemmeno su Google a cercarlo.

Infine una piastra elettrica per cucinare roba senza fumo, la tristezza.

Alle 10 e mezza, dopo un piccolo viaggio in taxi nel men che non si dica eravamo sull’aereo. British Airways, ottimo servizio clienti e due pasti ci sarebbero stati serviti. Dopo 11 ore di volo, dato che non ero riuscito a chiudere occhio, stavo per cercare un libro nello zaino di una tizia, che avevo scambiato per il mio.

La mappa del volo era settata con la direzione sbagliata. Puntava infatti verso Orlando, florida e non Lima. Quindi, da qualche parte nell’Atlantico il conteggio della distanza dalla destinazione in km, cominciò ad aumentare invece di diminuire, giusto per buttare benzina sul fuoco delle aspettative che mi stava divorando insieme al sonno.

Dopo una fila di due ore all’immigrazione riuscimmo a beccare un taxi, e mentre correvamo tra le vie super trafficate di Lima, il mio intestino mi ricordò della regola d’oro di chi vive in Inghilterra: “Mai fidarsi del cibo inglese”, un dolore di pancia assurdo con accenni di acidità mi aveva assalito. Per fortuna riuscimmo a raggiungere l’hotel sani e salvi. Ma eravamo così stanchi che nemmeno riuscimmo a trovare il campanello della reception, il tassista per fortuna era lì in nostro soccorso.

Anche se eravamo stanchi ed erano solo le 21 locali, ci forzammo a guardare un po’ di TV, sperando di beccare qualche infomercial per chiudere la giornata in bellezza prima di addormentarsi a 10000 km da casa.

07 ottobre – Lima

Mi svegliai confuso alle 6 locali. La colazione offerta dall’hotel consisteva in un’uovo strapazzato, una spremuta di papaia, del pane burro e marmellata e un frutto strano, di nome Granadilla, una specie di frutto della passione che esternamente sembra un nespolo gigante.

Successivamente cominciammo a camminare per le vie di Lima, per ritrovarci, come ci piace fare quando siamo in un paese straniero in un supermercato locale. Siamo riusciti a provare la Inka Cola, una specie di bibita frizzante al gusto di chewing gum. Orribile e parte della The Coca Cola company, come il 90% del resto delle altre bibite. Cercavamo un frutto in particolare, di cui avevamo sentito parlare benissimo: chirimoya, una specie di gigante mela verde con la polpa dalla consistenza di una pera e un gusto tra la mela e la pera.

Camminammo per diversi km ma nulla, alla fine ci ritroviammo in un mercato locale, pieno di polli, mosche, gente che urla, frutta e, come in ogni mercato tradizionale in un paese che vive di turismo, pieno di teste di minchia che invece di godersi l’esperienza passano il tempo a fare vlog del mercato.

Alla fine trovammo il nostro frutto, grazie a questa piccola donna anziana che ci offrì una fettina del frutto, ne comprammo uno intero, stessa dimensione di un ananas per l’equivalente di 2 euro e cinquanta. Una volta finito l’acquisto per ringraziarci, la vecchietta gentilmente ci offrì anche delle foglie di coca, che rifiutammo gentilmente. Era pomeriggio inoltrato adesso e cominciavamo ad avere un po’ di fame tra i nostri orologi biologici sballati e la lunghissima camminata. Seguendo due tizi che avevano finito di lavorare in un cantiere, sperando che andassero a mangiare, finimmo casualmente in un ristorantino, dove provammo del pollo impanato e del lomo saltado, ovvero una specie di manzo in umido con riso e cipolla cruda. Dopo questo pranzo tardivo le nostre palpebre automaticamente cominciarono a chiudersi, quindi decidemmo di fare una piccola siesta, er recuperare il sonno perso durante il volo.

Ci svegliamo alle 7, entrambi con un umore di merda. Decidemmo comunque di non perdere la serata e prendemmo un taxi per il museo Larco, nel pieno centro storico. Il viaggio con questo Uber locale fu abbastanza pesante da digerire, traffico orribile e pieno di polizia e cancelli. Interi quartieri sono circondati da mura e chiusi tra cancelli e check point di sicurezza, situazione che di sicuro non ti fa sentire molto a tuo agio rispetto alla sicurezza del centro di Lima. Il museo, famoso sopratutto per delle sculture erotiche fu un’esperienza interessante.

Questo tizio Larco, ricostruì la storia dei popoli vissuti in Perù grazie alle ceramiche, ritrovate in perfetto stato di conservazione. Qui e là, tra le descrizioni dei manufatti si poteva leggere tra le righe un po’ di rabbia verso l’occidente. Come dargli torto dopotutto. La storia dei sacrifici umani invece era presentata come “pratica comune nel passato anche tra i popoli occidentali”, cosa che non ricordo di aver letto nei libri di storia. La cosa strana era che anche il museo era tutto recintato e le guardie aprivano la porta solo ai turisti. Il viaggio di ritorno fu anch’esso interessante, trovammo un tassista parcheggiato fuori dal museo che non sapeva dove fosse il nostro hotel e, invece di cercare su maps, ci ha rifiutato. Per fortuna trovammo un altro altro che, anche se non sapeva di preciso dove si trovasse accettò la sfida. Il suo taxi era tutto scassato e puzzava terribilmente di sigarette. Chiacchierammo, io nel mio spagnolo stentato lui nel suo spagnolo peruviano del più e del meno, e appena scoprì che ero italiano subito prese, da prima a lodare il cinema, Giannini, Ornella Muti e il cibo, poi espresse un parere discutibile sul quanto gli italiani adorano la carne nera, e per questo si sono spostati in sud America per copulare con le loro donne. Non so come ma riuscì a chiedergli se fosse incazzato per l’avvento dell’occidente in Perù, cosa che avevo letto tra le righe su ogni pezzo del museo e lui rispose che l’occidente èsstato un bene, soprattutto perché ha portato le galline e le mucche, altrimenti qui la gente avrebbe mangiato solo ratti. Sorrise e continuò a ridere in con la voce roca di chi fuma troppo, mentre contava i soldi che gli davo, ci salutò e scomparì nel traffico mentre noi scomparivamo nella nostra stanza d’hotel, pronti per la prossima avventura del giorno dopo.

08 ottobre – Verso il Sud.

La sveglia era puntata per le 5, dato che avevamo prenotato un tour per il Sud del Perù con Peruhop, questa azienda famosa in tutto il sud America che ti porta in giro con bus comodi e con guide locali che sanno come muoversi e dove andare.

Il mio cervello però, al solito, era di diverso avviso, quindi la mia sveglia mentale suonò alle 2, con l’orribile sensazione di essere in tremendo ritardo per il pick up di Peruhop che era alle 6:15. Ero convinto di aver snoozato la sveglia, invece no, avevo altre 3 ore di riposo.

Stranamente riuscì a riaddomentarmi e a svegliarmi in tempo. Doccia e lasciammo i bagagli ingombranti in reception, dove ebbi la terribile sensazione che non li avrei più rivisti.

Uscimmo fuori 2 minuti prima dell’orario indicatoci e il tizio di Peruhop era là. Salimmo sul bus pronti alle 5 ore di viaggio verso il sud.

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Adepti – 2

prima parte

Matilde 1

Matilde aveva passato gli ultimi due giorni, della settimana di vacanza primaverile che si era concessa, quasi barricata dentro il piccolo appartamento affittato via airb&b.

Si era rotta le palle di uscire e aveva deciso di passare queste ultime ore in ristretto silenzio e solitudine.

Aveva riscoperto più volte come la solitudine la spingesse verso una proficua creatività artistica.

Questa volta non sembrava funzionare, erano quasi settimane che non toccava il blocchetto degli scarabocchi con le idee per nuovi pezzi, tanto che non era neanche riuscita a tirarlo fuori dalla valigia nei cinque giorni precedenti.

Erano passate quasi due ore, lo sapeva perchè l’unico pezzo di elettronica che si era permessa di usare in quello spazio di tempo, era la sveglia digitale retrò nella stanza da letto, che ora segnava le 23:47 con luminosissimi segmenti rossi.

Era dalle nove e mezza che aveva preso finalmente la decisione di smettere di usare i social network, non perchè fosse stanca della loro ipocrisia, nemmeno perchè le facevano perdere del tempo prezioso, non era nemmeno colpa delle 35 diverse foto di cazzi eretti e non che riceveva ogni mese da sconosciuti su instagram, queste ragioni erano solamente di contorno.

Il vero motivo era la tristezza che provava ogni qual volta si ritrovava a scrollare all’infinito guardando foto tutte uguali, o sbirciando centinaia di stories su Instagram con lo stesso tema e stessa esecuzione. Nulla di creativo, nulla di originale, solo ripetitive animazioni in loop di ragazze vestite da zoccole che bevono cocktail, selfie di fronte al bagno del cesso, tag di locali in e face filters con le orecchie da cagna.

Aveva deciso di cancellare i propri account social più volte negli anni precedenti, ma non era mai riuscita ad andare fino in fondo. Questi stronzi te lo chiedono troppe volte quel “sei sicura di voler disattivare il tuo account?”, “sicura sicura?”, “mano sul fuoco e croce sul petto sicura?”.

Che poi lo facevano in tanti anche quello, disattivare il profilo. Lo aveva visto più volte, annunciato in pompa magna sulla bacheca o timeline: “Ho deciso di chiedere il mio profilo, la gente che conta per me sa come contattarmi, addio” o qualcosa di simile. Tutto poi veniva cancellato qualche settimana o mese dopo, quanto il tizio o la tizia, tornava con la coda tra le gambe a condividere stronzate e foto inutili.

Ricordava di essere una bambina quando il mondo era diverso, quando internet esisteva si, ma era ristretto ad una cerchia di persone che volevano usarlo per creare, invece che per ostentare.

Quando questo pensiero le sfiorava la mente, lo cacciava via, perchè sapeva che il prossimo pensiero sarebbe stato “lo pensi solo perchè ti piaceva far parte di una cerchia ristretta, invece che essere esattamente come tutti quanti”.

Si strinse in un autoabbraccio e sorrise chiudendo gli occhi.

Espirò dal naso sapendo già di aver perso.

Aprì gli occhi e guardò di nuovo l’ora.

23:49.

Chiuse gli occhi e inspirò profondamente, come se dovesse concentrarsi per un incombente sforzo.

Prese il cellulare e lo sbloccò.

Aveva diversi messaggi privati su Instagram, 10 notifiche su Facebook, 3 messaggi su Whatsapp uno dei quali della mamma, che di sicuro le augurava buonanotte.

Aveva fallito, pensò mentre lo splash screen di Facebook lasciò posto alla sua home.

Cliccò sulle notifiche, gente che commentava cose che aveva commentato anche lei. Un paio di “mi piace” sulle foto della vacanza, e un messaggio da Luigi, il compagno della madre, che le chiedeva a che ora sarebbe tornata l’indomani.

È come una droga ma senza nessun trip, pensò mentre Instagram veniva a sostituire Facebook.

Tra i messaggi privati, due erano risposte alle sue storie di quella mattina e uno era di un tizio.

Claudio.

Lo aveva seguito a caso da un commento su un post di un artista di strada, ma non avevano mai parlato, a parte una volta mesi prima, quando aveva risposto ad una delle sue stories con una frase abbastanza divertente.

“So che ti sembrerà strano” diceva “ma sono circa 10 giorni che ti sogno tutte le notti. Mi dici sempre che è l’unico modo, il buttarmi dal parapetto nel burrone, quindi oggi ho deciso di farlo. Il mio salto è questo messaggio, sperando che adesso smetta di sognarti”

Ne aveva ricevuto di messaggi strani, di gente che ci provava, gente che le chiedeva solo di fargli vedere le tette e le solite foto di cazzi di cui sopra. Questo era diverso e creativo quantomeno.

Era interessante e quasi quasi ci avrebbe perso del tempo, ma per cominciare non gli avrebbe dato corda, voleva vedere fino a dove questo tizio si sarebbe spinto con questa storia assurda.

Dopo cinque minuti di pianificazione, decise di mandare in risposta un singolo punto interrogativo.

Premette “Invia” e tornò a scrollare la timeline, ritrovando una quasi confortante tristezza nel rivedere decine di foto tutte uguali.

Era di nuovo connessa al resto del mondo, sorrise, mentre lo sguardo continuava a danzare tra la timeline e l’icona dei messaggi privati ad intervalli regolari, sperando di vederla brillare di rosso quanto prima.

Adepti – 1

Claudio 1

Era nell’altra scheda del browser, tra una scheda dove era in riproduzione un video tutorial di roba di lavoro e una scheda dall’ANSA.it che si aggiornava automaticamente ogni 20 secondi.

Claudio ogni tanto ci cliccava e osservava, per farsi del male.

Aveva la stessa foto di copertina da 5 anni, quelle gambe perfette, quel cappello di paglia che significava che era in vacanza, il sole la baciava in maniera sublime, e lei, che lo sapeva perfettamente, guardava un punto indistinto all’orizzonte, sapendo che quella foto sarebbe finita per sempre sul suo profilo Facebook.

Era l’unica foto, tra quelle della tizia,  sulla quale lui poteva spendere decine di minuti, prezioso tempo sprecato, ad osservane ossessivamente i dettagli, le altre erano le solite stronzate.

Seduta con gli amici al bar, sorseggiando un cocktail in una sdraio al mare, un sorriso triste mentre abbracciava la nonna per il suo 87esimo compleanno e poi le foto della laurea.

La principale, con un sorriso di cartapesta, mentre teneva in mano un mazzo di fiori, era stata la sua foto del profilo dal 2015 al 2017. Per ricordare a tutti che il traguardo era arrivato, e che ora chiunque doveva prenderla sul serio, dato che aveva preso la sua laurea del cazzo in un’università di merda, come il 99% delle altre stronze della sua generazione del cazzo.

Forse non c’era bisogno di essere così arrabbiati, doveva smetterla di essere arrabbiato con lei, e con se stesso, le cose vanno sempre come le facciamo andare, e guardare quelle gambe una volta al giorno, nascondendole tra due schede abbastanza normali era quasi patologico, ma gli andava, e lo avrebbe continuato a fare. Cosa avrebbe dovuto fare per far diventare quel piccolo rituale qualcosa di effettivamente patologico? Forse masturbarcisi. Non ci era mai arrivato e non ci pensava nemmeno.

Non era una cosa sessuale che ricercava, era un portale, una risposta ad una domanda mai fatta. Uno dei tanti “cosa sarebbe accaduto se”.

Sapeva bene che cosa sarebbe successo. Si sarebbe annoiato. Le avrebbe spezzato il cuore.

La noia gli avrebbe ucciso la creatività e non sarebbe riuscito a realizzare tutto quello che aveva realizzato.

Sarebbe stato felice, per un po’, pochissimo, giusto il tempo di possederla, di toccare quelle gambe, il tempo di assaggiarla e poi scoprire che non avevano nulla in comune.

Era successo troppe volte.

Doveva cancellarla. Doveva smettere di torturarsi.

“Con i se e con i ma la storia non si fa”

Che frase fatta di merda.

Facebook doveva offrirgli qualcos’altro, un altra distrazione.

C’era un pallino rosso accanto alla scritta WATCH LIVE.

Qualcuno alle 10:40 di un mercoledì era live su facebook, nei suoi dintorni.

Ok, è una distrazione accettabile. Erano secoli che non vedeva un LIVE su Facebook, ad essere sinceri aveva pure pensato che il servizio fosse morto, ma a quanto pare era ancora lì.

Ecco il pallino sulla mappa. Pochi chilometri di distanza, forse 10, nella preview senza audio non sembrava la solita influencer wannabe che mostra le tette.

Era una una donna sulla 50ina. Con i capelli blu. In primo piano, sembrava rilassata e non distoglieva lo sguardo dalla telecamera. Forse era giunto il momento di provare a sentire cosa dicesse.

Parlava come se avesse raggiunto l’equilibrio mentale e fisico, ogni tanto sfiorava il piercing sul naso e gesticolava sinuosamente mostrando i tatuaggi che aveva sulle mani.

“… il respiro, tutto dipende dal respiro, l’energia del respiro, la possibilità di assorbire l’energia dalla natura. Tappate una narice, chiudete gli occhi e inspirate profondamente così…. poi tappate la narice dalla quale avete appena inspirato, e cacciate fuori l’aria dall’altra narice… fate questo per 15 volte, chiudendo gli occhi tra un ciclo completo di respiro e l’altro. Così facendo caccerete via ogni pensiero negativo”

Tanto valeva provarci.

Mise il video da capo, e provo a seguire le istruzioni.

Funzionò. Una calma innaturale gli si sparse per tutto il corpo, con intensità alternata come una serie di onde.

Voleva saperne di più adesso. La pagina Facebook della tizia era piena di roba da spulciare, forse anche da provare, ma la maggior parte erano stronzate vergognose, tipo elisir di fiori di campo, infusi di erbacce e via discorrendo.

Sorrise, aveva appena ricevuto lo stipendio, quanto potevano costare due flaconcini di concentrato di specchietto per allodole?

La risposta a quella domanda non gli piacque. 70 euro per 40ml di menzogne in acqua da rubinetto. Però non tutte. Quella era “Il segreto – Edizione Limitata”, menomale.

Il resto delle boccettine di acqua di pozzanghera aromatizzata al placebo costavano dai 10 ai 17 euro.

Il sognatore €10.99 finì nel carrello dell’ecommerce, e subito dopo diventò una riga nella tabella dell’estratto conto.

Un elisir per la trasparenza e il miglioramento delle connessioni dei sogni. Il sognatore offre chiarezza dei sogni. Un elisir magico per migliorare la pratica della meditazione e liberare la mente occupata.

Questo elisir ti porta più a fondo nello stato di sogno e nella memoria e ti dà la possibilità di vedere il significato che i tuoi sogni riflettono nella tua vita quotidiana. Scopri di più sulla tua vita attraverso i tuoi sogni. Abbraccia la consapevolezza dei sogni e la conoscenza dei sogni.

Menomale che non doveva giustificare a nessuno il perchè di quell’acquisto.

Tornò a inspirare da una narice ed espirare dall’altra aspettando che il pacco arrivasse.



Spesso alcuni giorni passano velocissimi, quando hai roba da fare, o quando non aspetti qualcosa di sensazionale. Altri invece sono lenti, specialmente quando cerchi di costringere una parte di te provare entusiasmo per un evento privo di ogni sensazionalità, tipo l’attesa di un pacco, contenente un elisir comprato dal sito di una tizia con i capelli blu.

Però, anche questi alla fine passano. Soprattutto se arrivi a dimenticarti completamente che avevi speso quasi 11 euro in acqua infusa di menzogne.

Il pacco era una semplice scatola, piena di brandelli e striscioline di giornale per salvaguardare l’incolumità del prezioso contenuto.

La boccetta era ancora più piccola di quello che si aspettava e sorrise.

Lesse le istruzioni.

Usò l’elisir. Come da istruzioni. Poche gocce sulla lingua prima di andare a letto quella notte.

Si sveglio al solito orario. Si mise seduto a letto e si rese conto che non sognò nulla, quindi non sperimentò alcuna chiarezza nelle connessioni, non era andato più a fondo in alcunché, a parte forse la convinzione che tutte queste stronzate hippy sono effettivamente bugie che inducono effetto placebo nelle menti deboli, nelle menti facilmente manipolabili.

Tipo quei rincoglioniti che compravano il sale da Wanna Marchi, o quelle casalinghe sole che tra una spolverata e una lavatrice chiamano la cartomante, in onda su un canale sperduto della TV, chiedendole se il proprio marito le tradisce. Che poi cosa farebbero se la cartomante rivelasse loro che il marito effettivamente farcisce qualche altra passera fuori da casa? La gente così non ha potere di iniziativa, non ha coscienza critica e nemmeno creatività, magari finirebbero per imitare qualche donna vista in qualche altra telenovela sulla stessa TV, magari su un canale diverso, svenimenti, sguardi assassini, urla e cuori spezzati da relazioni fantoccio, recitate malissimo ma che tutti accettano.

Forse era questo l’effetto dell’elisir? I suoi influssi magici lo stavano facendo sprofondare ancora di più nell’odio verso la banalità.

Ora era arrabbiato, contraeva il muscolo della mascella lasciando scappare dopo una risata nervosa un insulto verso se stesso. Prese a massaggiarsi gli occhi e le tempie, prima di lasciarsi cadere di nuovo sul letto di schiena e chiudere gli occhi.

§

Erano tutti intorno a lui, sul balcone di legno che si affacciava sul burrone, in fondo al quale, 400 metri più giù, vi erano delle luci del paesello in fondo alla valle.

“Non lo fare!” disse l’estraneo alla sua sinistra avvicinandosi leggermente mentre gli tendeva la mano destra.

“Vieni da questa parte, smettila” disse l’altro estraneo alla sua destra.

Si accorse che era dalla parte sbagliata del parapetto, proprio ad un passo dall’abisso. Era confuso, non capiva come fosse arrivato lì ma senti uscire delle parole dalla sua bocca, pianissimo, quasi un sussurro:

“É l’unico modo”

“Lo è! Hai ragione…” disse la tizia al centro facendo un passo verso di lui.

Era il segnale, lasciò andare la presa e chiuse gli occhi, e cominciò la sua rovinosa caduta in volo verso il fondo del burrone, unico rumore udibile, a parte il vento nelle orecchie, le imprecazioni strozzate dei tre tizi sul balcone. Fino a quando non sentì altro che un fortissimo dolore provocato dall’urto con le rocce in fondo al burrone, poi più nulla.

§

Si svegliò confuso, e allo stesso tempo riposato, prese un foglio di carta e scrisse la descrizione degli ultimi secondi del sogno che aveva appena fatto.

Sentiva come se nel sogno non fosse stata la prima volta ad aver vissuto quel momento. Come se si fosse gettato da quella veranda decine di volte, ma come se la gente che provava a trattenerlo fosse sempre diversa, tutti tranne la ragazza al centro. Quella faccia l’aveva vista da qualche altra parte, ma non si ricordava dove.

Era uno dei suoi soliti sogni? La sua parte razionale gli diceva di si, perché d’altronde era abituato a fare sogni particolarmente strani, come quella volta che aveva sognato di essere inseguito da un T-Rex vestito da donna su una spiaggia. Il proprio amore per l’umorismo non-sense invadeva anche il proprio subconscio apparentemente. Però questo sogno era diverso, forse, anzi sicuramente, era solo suggestionato, l’elisir è solo acqua, uno specchietto per le allodole, il sale di Wanna Marchi, un’esca per i mentecatti.

Passò un’altra giornata uguale alle altre centinaia di giornate precedenti, con l’unico pensiero di tornare a casa per provare ancora una volta l’elisir, anche se era certo che i propri sogni non potevano essere influenzati da una boccetta d’acqua acquistata online da una hippie di mezza età con i capelli blu.

seconda parte

L’Arrotino – Il mio podcast

Siamo nel 2019, e come tutti quelli che non hanno nulla di particolare da dire, oggi 08/06/2019, ho deciso di sputare in giro per il mondo il primo episodio del mio Podcast personale.

https://larrotino.surge.sh/

Qualche mese fa, ho ri-scoperto e riascoltato i podcast di un vecchio show radiofonico Dispenser (tutte le puntate sono disponibili qui), questa piccola scoperta archeologica, ha fatto si che la parte creativa del mio cervello, rimasta dormiente per secoli, si sia risvegliata.

Ho scritto una intro a Febbraio, tre pezzi su roba che mi piace, una outro a maggio, e l’ho registrato con un microfono di merda, tutto solamente per sentirmi ancora un po’ meno solo con i miei pensieri.

Non so dove andrò dal primo episodio in poi, non so nemmeno se ne registrerò un altro o meno, dico solo che il primo è lì e non vedevo l’ora di partorirlo, dopo mesi di gestazione.

Perché L’Arrotino? Perché sono un tizio che urla da un megafono in mezzo alle stradine del web, e anche se quello che urlo non vi serve continuo a farlo.

Fatemi sapere cosa ne pensate, scusate per la qualità pessima, il prossimo sarà migliore, e buon ascolto.

Salviettine imbevute

“Proprio questa mi mancava” voleva urlare mentre si ficcava a forza le cuffiette nelle orecchie.

La musica partì e chiuse gli occhi, immaginando di essere altrove.

Immaginò di poter essere dovunque, ma non lì, in fila per salire a bordo dell’ennesivo volo lowcost che mi avrebbe riportato a casa dopo una settimana di vacanza.

Il posto più noioso del mondo, la fila che si fa durante l’imbarco, dopo il gate. Una specie di purgatorio dove la gente sbuffa almeno tre volte più della media.

Non che abbiano mai fatto studi o raccolto dati su quanto sbuffi la gente in media. O magari lo avevano fatto qualche studio, ma adesso aveva gli occhi chiusi e il cellulare era scivolato di nuovo nella tasca destra dei jeans. Non avrebbe avuto tempo/voglia di prenderlo di nuovo, sbloccarlo e cercare se mai qualche università a caso del Massachusetts, avesse fatto una ricerca su quanto la gente sbuffa, indi per cui, decise che fosse empiricamente riscontrabile, che nella fila che la gente fa, dal gate al proprio posto assegnato a cazzo su un aereo, in media, si sbuffasse più del solito.

“Belle seghe mentali” pensò, poco prima di ricordarsi il perchè aveva deciso di abbassare il sipario uditivo sul mondo esterno.

Era là, di fronte a lui nella fila, con il proprio insignificante ragazzo.

Una ragazza sui 25-30 anni. Bionda. Magra. Alta. Era a piedi scalzi, pianta del piede nero come la pece. Gambe dritte e graziose. Seno piccolo. Faccia di chi nasconde bene la propria insicurezza esplodendo di stravaganza. Indossava un vestitino verde muffa, corto, uno di quelli che le ragazze indossano quando sono in vacanza al mare. Aveva a tracolla una borse giallo senape  stracolma di libri, carta, spazzatura  trucchi, e chissà cos’altro.

Erano passati meno di 5 minuti da quando aveva preso posto nella fila, e la tizia non aveva fatto altro che blaterare. Parlava, in Inglese, con quel ragazzo insignificante con la quale era stata in vacanza, di quanto fosse poco costoso comprare il prosecco in Italia, di quanto la gente qui fosse troppo legata alle proprie radici religiose, di quanto essere troppo vicini alla famiglia condizioni l’individuo nella scelta del proprio percorso di vita, di quanto, però, era stato bello danzare sotto le stelle davanti ad un fuoco in spiaggia, di quanto le avesse fatto bene meditare tutta la notte con il rumore del Mediterraneo nelle orecchie.

Come detto prima, il tizio che adesso si violentava le orecchie con le cuffiette, aveva già dato per scontato che la fila per l’imbarco di un aereo è il posto dove si sbuffa di più al mondo.

L’essere in fila dietro questa millennial hippy poser esibizionista però, era un ulteriore incentivo utile alla produzione di  sbuffi da noia con contorno di occhiate al cielo, quelle occhiate che esprimono appunto, “Proprio questa mi mancava”.

Per fortuna, un volo low cost su un Boeing 747 800, pensò, mentre la musica gli permetteva di cancellare, ora del tutto il suono orribile di quella voce fastidiosa, ha 33 file da 6 posti ciascuna. Quindi 6 x 33 viene 198, però no, ne dobbiamo togliere 3, perchè la fila 1 ha solo 3 posti sulla sinistra, quelli che ti trovi subito alla destra quando entri e guardi la hostess sorridente, pensando “Come cazzo fai a tenere quel sorriso per così tanto tempo? Io mi ritirerei nel cesso ad urlare dopo 5 minuti”, quindi sono 198 – 3, ovvero 195.

Dando per scontato che il volo non è completamente prenotato, diciamo 190 posti, quindi, il tizio con la violenza nelle orecchie sotto forma di musica, aveva 1 possibilità su 188 di finire seduto nella stessa fila di questa tizia.

Non era un terno al lotto, ma di sicuro non poteva essere così sfigato.

Adesso il problema però, era diventato un altro, anche se era riuscito a sopprimere quella vocina supponente grazie all’ausilio delle suddette cuffie sputamusica violenta, i suoi occhi non potevano smettere di fissarle i piedi scalzi.

Perchè mai al mondo, porca troia, una persona vuole andare in aeroporto senza scarpe? Qual è il senso profondo di questa ribellione?

Era la dimostrazione artistica di una rinuncia ad una regola non scritta della società?

Era una rivolta estetica contro il luogo comune delle donne che indossano sempre le scarpe alla moda quando vanno in vacanza?

Non aveva alcuna importanza. I piedi erano graziosi. Sulle unghie, non regolari, era stato applicato uno smalto verde pisello alla meno peggio. Il problema principale sorgeva ogni qual volta la poser muoveva uno dei due piedi mostrando la pianta.

Nera come la pece, screpolata e sporca.

Come ci si può sentire in armonia con il mondo quando si hanno i piedi neri per la sporcizia?

Il tizio con le cuffie decise di costringersi a non guardare più, prima di doversi imporre una qualsiasi altra distrazione visiva, a parte quella uditiva.

Passarono 50 secoli e l’aereo atterrò, la gente scese, non sapendo cosa li aspettasse mentre baciavano la terra, pubblicavano una storia su Instagram, telefonavano per dire alla mamma di buttare la pasta o controllavano sul cellulare come si dicesse in Italiano “scusi non parlo Italiano” l’ultima volta, prima di affrontare il mondo fuori dall’altro purgatorio, quello dei controlli del passaporto e dell’estenuante attesa di vedersi recapitare la propria valigia dal nastro nero.

I piedi neri erano ancora lì però. E uno dei due era ora in bella vista, la gamba destra tirata un po’ indietro e il piede posizionato sulle punte delle dita, il tutto in una posizione che era quasi una posa di danza classica.

Gesticolava, e rideva. Il suo ragazzo insignificante rideva e le guardava i denti, lei parlava e spiava con la visione periferica la gente intorno, per assicurarsi che tutti la stessero ancora ascoltando. Sapendo già che l’ascoltatore più vicino, lo aveva perso per colpa delle cuffiette.

Passarono altri 50 secoli e la fila cominciò a muoversi, a partire dai quei 20 sfigati che avevano comprato il biglietto con imbarco prioritario, e dietro tutti gli altri che si sentivano furbi perchè tanto i posti sono assegnati comunque e non ha senso.

Salì dal portellone anteriore.

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